Cinque Stelle un Movimento senza leader

Riccardo Paradisi

Il governo giallorosso non è ancora nato ma nei Cinque Stelle insieme all’euforia rilasciata dal soddisfatto istinto di sopravvivenza – al governo e in Parlamento – serpeggia già un oscuro presagio. Che il Movimento possa fare una brutta fine, che il suo futuro è buio. E non perché abbia perso anima e identità – figurarsi, il M5s ha mille anime e ha avuto almeno tre identità fino a oggi: la piazza, il populismo di governo e il partito sistema – no, è una questione più strutturale, più concreta. Il movimento è una macchina politicamente fuori controllo che rischia di schiantarsi al primo serio tornante. Detto ancora più chiaramente nel Movimento oggi non c’è più un leader riconosciuto, non c’è più un papa ma almeno cinque chiese autocefale che hanno un loro riferimento e che si muovono su logiche autonome: La Casaleggio, Grillo, Di Maio, i gruppi parlamentari e ultimo, ma non ultimo, Giuseppe Conte.

La crisi di governo – che pure Di Maio ha saputo gestire con grande lucidità e realismo – ha costituito per il movimento una prova severa: la seconda dopo la cruda sconfitta alle elezioni europee. Due colpi ravvicinati, due stress test severissimi, che hanno fatto emergere il dark side, l’ombra del movimento: contraddizioni interne, guerre di potere, divergenze strategiche, ambizioni personali non hanno più avuto un perimetro virtuoso di contenimento. E sono esplose. Assieme agli equilibri consolidati, generando una crisi di leadership e di confusione nella catena di comando.

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È sufficiente porsi di fronte ai fatti per capire l’evidenza: a parte Beppe Grillo – che da sempre ha guardato a sinistra e al Pd, tanto da aver pensato una volta di candidarsi alle primarie dem – nessuno dei leader e degli esponenti più in vista del Cinquestelle voleva davvero l’accordo con il Pd. Non lo voleva Luigi di Maio – che poi si è adeguato – ma che avrebbe accolto volentieri l’offerta tardiva del premierato da parte di Salvini così da poter riprendere dalla tolda di comando di Palazzo Chigi la marcia comune con la Lega. Non lo voleva Davide Casaleggio, a sua volta non ostile alla Lega e soprattutto preoccupato che l’abbraccio col Pd sia sul medio periodo fatale sia per il movimento sia soprattutto per il suo brand aziendale. Si è adeguato, perché l’idea della decimazione parlamentare in eventuali elezioni, che significa crollo di introiti per la struttura politica, lo ha fatto tremare. Non lo voleva Alessandro di Battista, l’ala massimalista che ha sempre spinto alle elezioni, convinto che l’intransigenza delle origini ritrovate potesse costituire per il movimento un lavacro purificatore e per lui l’occasione di smettere la vita bohémienne con uno stipendio da parlamentare.

Tutti i leader pentastellati erano ostili all’alleanza di governo con il Pd. E tuttavia è avvenuto esattamente il contrario

Insomma – a parte Grillo che negli ultimi anni s’era defilato dalla gestione diretta del movimento e dall’attività politica di prima linea – tutti i leader pentastellati erano ostili all’alleanza di governo con il Pd. E tuttavia è avvenuto esattamente il contrario. Perché? Per tre motivi sostanzialmente. Il primo motivo è l’istinto di sopravvivenza dei parlamentari che hanno spinto fino alla fine per l’intesa, a dimostrazione che ormai il movimento ha un apparato che risponde alle logiche del palazzo e non della piattaforma Rousseau o ai richiami della foresta di Alessandro di Battista. I capigruppo parlamentari d’Uva e Patuanelli del resto – quest’ultimo molto attivo anche nel promuovere la dissolvenza di figure lunari come quella dei ministri di Infrastrutture e Salute, Toninelli e Giulia Grillo – hanno giocato la loro partita in modo quasi autonomo. Mentre la trattativa con il Pd è stata quasi interamente gestita da Vincenzo Spadafora, ex Margherita e Udeur – uomo di relazioni e di sistema escluso dalla ripartizione ministeriale nel governo gialloverde per il suo passato – che oggi è indubbiamente uno degli uomini più influenti del movimento.

Il secondo motivo è il fattore rappresentato da Giuseppe Conte. Che non è più il garante di un contratto di governo per conto del Movimento, è un premier che si è ritagliato un profilo autonomo nella scena politica e senza il quale i Cinquestelle non avrebbero avuto la possibilità di segnare una continuità di governo. Detto ancora più chiaramente: Conte oggi è un altro leader del movimento Cinquestelle, di più, è quello che ha più capacità di interlocuzione e autorevolezza sia sul piano internazionale che su quello del confronto con il Pd, che ha ricevuto nel primo incontro per la formazione del governo Zingaretti a Palazzo Chigi, un passaggio cruciale dal valore simbolico evidente. Un confronto talmente serrato quello tra Conte e il Pd da insospettire Di Maio che nella sua proposta di avere il vicepremierato intendeva marcare stretta “la perla preziosa” come aveva definito Conte alla vigilia del discorso in Senato di Conte contro Salvini.

Il terzo motivo è stato già detto: il ritorno sulla scena di Beppe Grillo, che è sempre ricomparso nei momenti di passaggio e di metamorfosi del Movimento. Sta di fatto che oggi i Cinquestelle, più che un partito appaiono una confederazione informale di gruppi disomogenei, di chiese autocefale, si diceva, dove è sempre più difficile indovinare una linea e trovare una sintesi. A meno che la sintesi non voglia darla nuovamente il fondatore Grillo, delineando con il suo decisivo sì all’accordo con il Pd un nuovo movimento politico, togliendo visibilità al blog di Casaleggio – ormai sulla piattaforma Rousseau come avverrà sabato si vota su domande retoriche – e tornando a dettare la linea dal suo. Nessuno tuttavia nel movimento, neanche Grillo, potrà trascurare il fattore Conte.

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