Che fine ha fatto la borghesia?

 Di Marcello Veneziani

C’era una volta la borghesia. Era la vecchia mamma o zia del popolo italiano, quella classe di mezzo, rispettabile e spesso oltraggiata, rappresentata dalle professioni libere, i dipendenti statali, i quadri intermedi delle imprese, i commercianti, gli artigiani di livello. Era la classe principale dei lettori di quotidiani, quei 5 milioni e mezzo d’italiani che per un secolo o poco meno, furono la platea dei giornali. IL Tempo a Roma era considerato il giornale della borghesia per eccellenza, anche se non mancava la nobiltà romana, soprattutto nelle sue pagine di vita romana e mondana. E adesso? Dopo aver per anni dimenticato la sua esistenza, la riscossa grillina, gli anatemi recenti contro le “madamine” torinesi pro-Tav, ha riacceso il tema: ma dove si è cacciata la borghesia? È quella cosa lì, apparsa a Torino o Roma, in piazza contro la Raggi, oppure no, o non solo? Diciamo che per troppi anni la borghesia ha vissuto sotto falso nome, si è nascosta quasi vergognandosi di essere borghese, visti gli attacchi che riceveva da sinistra, ma anche un po’ da destra, dai fascisti e dai cattolici. Poi una sua fetta consistente, presa forse dalla sindrome di Stoccolma, passò dalla parte degli accusatori, fino a prendere il posto dei proletari: nacque così la borghesia radical chic, la sinistra snob, o Bobò, secondo i francesi. Il popolo, che già in parte simpatizzava con la vecchia Dc e il Msi, passò a “destra” con Berlusconi e con Alleanza Nazionale, ma anche a nord avvenne qualcosa di strano: la Lega era un partito interclassista, popolano ma anche un po’ borghese, seppur del ramo privato. Oggi il proletariato è con i populisti. Da qui l’invettiva di Grillo e dei grillini contro i borghesi che attaccano l’Appendino (peraltro una borghese che proviene dal milieu radical) e i nemici della Tav.

Ma la borghesia dove si è cacciata? Il guru della sociologia italiana, il massimo sismografo della borghesia, Giuseppe De Rita, sostiene che la borghesia in Italia non c’è. C’è negli altri paesi europei ma da noi è solo ceto medio. Qual è la differenza? La borghesia ha coscienza di sé e delle sue responsabilità sociali, il ceto medio no. Ripiega nell’egoismo. Bella distinzione, anche se l’egoismo borghese era uno dei leitmotiv della critica alla borghesia; l’assenza di una visione generale, esattamente come quella che oggi De Rita attribuisce al ceto medio. Due volte secondo l’ex patron del Censis, l’Italia tentò il salto da ceto medio a borghesia: uno nel ’68 e l’altro nel ’93. Vorrei ricordare che il 68 nasce come rivolta antiborghese seppur fatta da molti figli annoiati della borghesia – i cosìddetti pasoliniani figli di papà – ma finisce col diventare una stazione di passaggio dalla vecchia borghesia cristiano-famigliare-nazionale alla neo-borghesia cinica-permissiva-globale dei nostri tempi. Una borghesia che dimentica l’antico decoro, la decenza, e ama apparire spregiudicata, permissiva, gaudente, dal linguaggio sboccato, irriverente.

Quanto al ’93 è la rivolta della società civile contro la società politica, i piccoli imprenditori, le partite Iva che si rivolgono a Berlusconi e temono l’avvento del postcomunismo. Ma non c’è più traccia della borghesia come status sociale e culturale, e non c’è più la vecchia rispettabile borghesia di stato, quella dei ministeri, della scuola, delle amministrazioni pubbliche, che a Roma soprattutto era l’incarnazione della borghesia. Quel ceto pubblico, discreditato e in parte autodiscreditato, si sgretola, una parte va a sinistra (in primis i professori), in parte si disperde, ripiega nel proprio particolare. Fine della borghesia come classe.

Cosa resta al suo posto? L’invidia e il livellamento, dice De Rita citando Marx. Noi diremmo il rancore e l’uniformità. E questo spezza l’ascensore sociale, non c’è più circolazione delle élite, non c’è più mobilità di ruoli. Ma qui De Rita forza la lettura del movimento 5stelle perché lo vede come impresario politico del ceto medio. No, professore, i 5 stelle non si rivolgono al ceto medio ma a tutti coloro che vivono la disgregazione dei ceti e dei ruoli: il Movimento 5stelle semmai rappresenta il proletariato del nostro tempo, quello che sta in rete, che è disoccupato, che sottooccupato, che è pensionato da fame, che ha rabbia e risentimento, che non ce l’ha fatta nella meritocrazia o è stata esclusa dai benefici clientelari. Diciamo gli sconfitti, i ragazzi e gli emarginati. Non è ceto medio, tantomeno può diventare borghesia.

La borghesia allora dov’è? Non c’è, come ha detto De Rita, non esiste più, qualunque movimento che voglia rinnovare il nostro paese non può partire né dalla borghesia né dalla lotta alla borghesia. Deve richiamare altri legami di appartenenza territoriale, civile, culturale, altre coalizioni fondate sui bisogni, sui meriti, sulle intelligenze e sulle comunanze. Tutto meno che la borghesia. Che è un pasciuto fantasma sfigurato dal tempo. Della borghesia dovremmo mettere in salvo il ricordo, nel bene e nel male. Anche il proletariato oggi è incalzato da un sottoproletariato ben più vasto e minaccioso, quello dei migranti e dei poveri del mondo che premono alle porte del mondo benestante. Oggi gli scenari sono globali, individuali, comunitari, ma le classi sociali non servono più. Arrivo a dire che sono possibili perfino nuove lotte di classi ma le classi sono fluttuanti, indefinibili, magmatiche. Si può essere proletari rispetto ai benestanti, ma si diventa ceto medio rispetto ai migranti. Perciò parlare oggi di borghesia è come tirar fuori dal taschino non lo smartphone ma l’orologio a cipolla dei nostri bisnonni. Il mondo borghese non c’è più, signora mia.

 

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