Caro Romney ti scrivo… dall’Italia

fdb172cdc8686e7f244f11a63a9538d707667ff981d96be2bb81c6afRaffreddatisi gli entusiasmi elettorali americani, quel che resta delle elezioni presidenziali sono gli echi dei nuovi slogan di Obama, da “forward to” a “the best is yet to come”, rapidamente adottati anche in Italia, dove però “il meglio” in arrivo si chiamano Bersani e Vendola, ma almeno l’effetto ilare è assicurato.

Ma la vera frase della campagna elettorale, sommersa da critiche, così come tutte le lucide, taglienti e impietose analisi dello status quo l’ha sfornata lo sconfitto Mitt Romney a una cena:

“C’è un 47% di americani che votano Obama, che sono con lui a prescindere, che dipendono totalmente dal governo, pensano di essere vittime, pensano che il governo abbia la responsabilità di dare loro il diritto alla sanità, al cibo, alla casa. Sono persone che non pagano le tasse sulle entrate. Il mio compito non può essere quello di preoccuparmi di loro, non li convincerò mai di assumersi le loro responsabilità personali e prendersi cura di loro stessi.”

Gli vorremmo rispondere noi: caro Romney non si preoccupi. Quella gente l’abbiamo anche in Italia, solo che – azzardiamo – qui costituisce il 55% e ci sta trascinando a fondo perché fa maggioranza. Anche essi sono schierati a prescindere, rifiutano il nuovo e difendono i vantaggi acquisiti. Si fanno scudo dietro sindacati ottocenteschi, o nell’anonimato delle proteste di piazza, amano il voto ideologico, si catapultano a stormi nel pubblico impiego dove percepiscono stipendi fuori mercato per creare burocrazia inutile e intanto fanno la morale a Berlusconi per le escort. Molti altri lavorano nel privato e vanno sui tetti di aziende defunte a prorogare casse integrazioni eterne, senza mai essersi chiesti  cosa hanno fatto per loro stessi e la propria professionalità. Hanno sempre il governo in bocca e il “come si arriva a fine mese”, chiedono più spesa, ma non si pongono in problema di lavorare di più o meglio. Ci sono altri italiani, liberi professionisti, che danno la colpa alla crisi e ai politici, ma lavorano male e quello che li sta spazzando via è la competizione globale, un vento che non viene dai  politici ma dall’oriente, e loro non sanno stare sul mercato, perché già prima non erano adatti al mercato, ma protetti tra le mura domestiche. Ci sono poi dei neolaureati che sventolano quel pezzo di carta urlando “diritto al lavoro” ma non sanno fare un tema corretto o comprendere un testo. Colpa della scuola? Sì, ma anche parecchio loro che passano più tempo su Facebook, o davanti alla tv  piuttosto che a leggere o partecipare a iniziative culturali. Caro Romney, oltre metà degli italiani pensa che il governo gli “debba” tutto e non si assume la responsabilità della propria vita, proprio come quelli che descrive lei. Non vorrei dire che votano un particolare partito, ma posso dire che quantomeno in ogni partito sostengono la corrente – di fatto – più conservatrice, sprecona, dedita alla distribuzione di privilegi e alla conservazione del potere.

Caro Romney mi spiace per le critiche piovutele addosso, in fondo se lei fosse stato democratico le sue parole sarebbero suonate più o meno così: “don’t ask what your country can do for you. Ask what you can do for your country”.

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