Aspettando la frase magica

 La metto giù da bar, per capirci e per non affondare nel politichese tecnicista.

Oggi siamo qui:

1. Il M5S è disposto a fare un governo con Pd o con la Lega, purché non ci sia di mezzo Berlusconi.
La Lega è disposta a fare un governo con il M5S, purché dentro ci sia tutto il centrodestra quindi anche Berlusconi.
3.Berlusconi vorrebbe fare un governo che tenga insieme tutto il centrodestra più il Pd, ma non disdegnerebbe neanche un governo del centrodestra con i grillini, pur di avere un riconoscimento e un ruolo.
4. Il Pd dice che non vuole fare un governo con nessuno.

Queste le posizioni proclamate al momento, quelle che hanno reso inutile (anzi, dannoso) il primo giro di passeggiate al Colle. Probabilmente verranno ribadite al secondo, quindi attrezziamoci di santa pazienza che il teatro durerà un po’.

Ora: è evidente che se tutti rimangono su queste posizioni un governo non si fa e si torna al voto.

Però la politica è – come noto – quel ramo del parlare e dell’agire umano in cui anche il più assertivo dei proclami dopo un po’ di tempo diventa serenamente il suo contrario.

Quindi, prima di farci tornare al voto, il buon Mattarella la tirerà in là il più a lungo possibile per vedere se qualcuno dei quattro soggetti di cui sopra cambia del tutto o in parte la sua posizione.

Il primo alleato del Quirinale in questa direzione è il tempo. Che è un fattore politico da sempre e lo è ancor più per chi nasce, come appunto Mattarella, nella sinistra Dc ispirata a Moro. Il tempo smussa gli spigoli come l’acqua del fiume arrotonda i sassi – o almeno questo è quello a cui punta il Quirinale. A spingere l’acqua e ad attenderne gli effetti è lo stesso presidente della Repubblica, del resto.

La questione, nel caso il Colle riuscisse nel suo intento, sarebbe quindi chi dei quattro farà mezzo passo indietro – e soprattutto in quale direzione.

Anche qui, vediamo – sempre semplificando – le maggiori ipotesi che girano.

  1. 1. Berlusconi potrebbe fare una specie di “beau geste” rinunciando alla leadership formale di Forza Italia per mandare avanti uno tipo Antonio Tajani. Una specie di bis di quanto avvenuto per il Senato, ma questa volta a sacrificarsi non sarebbe un Paolo Romani qualsiasi, bensì il capo in persona. Il quale, almeno in apparenza, lascerebbe il suo partito in mano a un delfino fidato affinché questi sia accettato nelle trattative di governo con il M5S. Controindicazione: l’altro mezzo passo indietro dovrebbe farlo in contemporanea Di Maio, accettando ministri di Forza Italia – o almeno graditi a Forza Italia; e in ogni caso resterebbe il nodo di chi farebbe il premier (di fronte al suo elettorato DI Maio non può rinunciare sia al veto verso Forza Italia sia alla premiership; può rinunciare forse a uno dei due, ma non a entrambi).
  2. Salvini potrebbe alla fine staccarsi da B. magari portandosi dietro un pezzo di Forza Italia (transumanza peraltro già silenziosamente in corso a livello locale). Questo aprirebbe la strada a un accordo facile facile tra Lega e M5S, con Di Maio premier e Salvini vice e superministro di qualche cosa. Controindicazione: Salvini presterebbe il fianco ad accuse violente di tradimento da parte di tutta la galassia mediatica berlusconiana, subendo un nuovo trattamento Fini; e perderebbe l’opportunità di essere leader di un’area che vale il doppio rispetto alla Lega da sola.
  3. Pressato dal Quirinale e da mezza Europa, il Pd potrebbe uscire dal frigorifero. Già, ma per fare cosa?

3a. Difficile un governo con il centrodestra unito per il fatto che Salvini non li vuole né loro vogliono Salvini (bastasse l’accordo Pd-Fi, avremmo già un governo operativo); ma c’è chi sotto traccia lavora lo stesso a questa ipotesi (buongiorno, dottor Gianni Letta) pensando magari a un governo Giorgetti-Tajani o simile (Berlusconi stapperebbe lo champagne). Controindicazioni: difficile che, dopo la vittoria elettorale, Salvini si adatti a una soluzione così minimalista che mandando il M5S all’opposizione ne gonfierebbe enormemente i consensi; stesso discorso per il Pd, consapevole che una maggioranza così lo condannerebbe definitivamente all’estinzione.

3b.Tutta diversa l’altra sub-ipotesi, che vede in qualche modo insieme Pd e M5S. Improbabilissimo un accordo “secco” con alleanza “tradizionale”, dopo tutto quello che il Pd ha detto; semmai il Quirinale si può inventare qualche fantasiosa formula “terza” ed è per questo che si parla di personalità tipo Flick o Bray. In questo caso, ciascuno dei due partner dovrebbe fare un bel passone indietro: il M5S rispetto alla richiesta attuale di avere “un premier eletto dal popolo”, cioè il capo del partito che ha preso più voti, cioè Di Maio stesso; il Pd cambiando tutto rispetto agli impegni di opposizione, Aventino etc. Controindicazioni: tante, e ne cito solo tre: il solco di profondo livore che si è scavato negli ultimi cinque anni tra le basi di Pd e M5S; le enormi difficoltà che una maggioranza così avrebbe ad affrontare temi come riforma Fornero (votata dal Pd) ma soprattutto Jobs Act e Buona Scuola (fortemente voluti dal Pd); infine, il problema non indifferente dei numeri, visto che al Senato la maggioranza sarebbe di una dozzina di voti (includendo anche Leu) e quindi molto stretta.

3c. Non ha mai smesso di circolare neppure l’ipotesi detta “governo di tutti”, magari con la pressione di qualche appuntamento economico, “di scopo” per rifare la legge elettorale, etc. Controindicazioni: per Salvini e Di Maio, che ai loro elettori hanno promesso cambiamento, non avrebbe molto senso sottoporsi a una sconfitta simile dopo aver vinto le elezioni; la soluzione sarebbe poco utile anche al Pd (difficile ricostruirsi un’identità propria in un pateracchio di governo simile) e alla fine farebbe felice solo B.

Detto tutto questo, alla politica italiana non manca la fantasia e alle ipotesi di cui sopra se ne potrebbero forse aggiungere anche altre.

Ma dopo un bel po’, perché il tempo arrotondi le pietre, faccia scordare i proclami, consenta le svolte e soprattutto permetta a chi ha svoltato di spiegare che «è cambiato il contesto».

Che in politica è sempre la frase magica per giustificare le giravolte – a volte imposte dal reale, ma comunque a rischio di essere poco gradite agli elettori.

Piovono rane

 

 

 

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