Alleanza 3.0, perdite a 289 milioni

Un anno fa Alleanza 3.0, un gigante da 5 miliardi di fatturato, perdeva 37 milioni di euro, quando i suoi concorrenti, a cominciare da Conad, guadagnavano e ciò destava preoccupazione, ma la perdita di 289 milioni di euro, registrata nel bilancio 2018, desta un certo allarme. Alleanza 3.0  nata dalla fusione tra Adriatica di Bologna, Estense di Modena e Nordest di Reggio Emilia, è la più grande coop consumatori d’Europa. In numerose interviste, il presidenteTurrini ha dichiarato che “i numeri sono conseguenza di scelte precise per garantire attività e prestito sociale” e che l’obiettivo è il ritorno in utile già nel 2019. Le dichiarazioni di Turrini, non bastano certo a fugare gli interrogativi interrogativi, soprattutto se guardiamo i numeri pubblicati dalla stampa

A fine 2017 il totale dei debiti di Alleanza 3.0 verso le banche ammontava a 1 miliardo 751 milioni di euro, mentre l’esposizione verso i soci prestatori era calata a 3 miliardi 916 milioni di euro. In totale 5 miliardi 667 milioni di euro, cui si aggiungevano 600 milioni in obbligazioni, 370 milioni di debiti verso le controllate, 433 milioni verso i fornitori e altre partite che, sempre a fine 2017, hanno portato la somma complessiva dei debiti iscritti nel bilancio consolidato, a 7 miliardi 361 milioni, rispetto a un patrimonio netto consolidato di 2 miliardi 851 milioni e a un valore della produzione di 5 miliardi 199 milioni, di cui ricavi da vendite e prestazioni per 4 miliardi 553 mila euro. Ora è evidente che il nuovo direttore Alemagna, ha voluto far pulizia nei conti, per non essere chiamato domani a rispondere delle precedenti gestioni. Ma i numeri non dicono tutto, è evidente che le svalutazioni degli immobili sono dovute probabilmente a precedenti valutazioni generose nel momento del passaggio, ad esempio per coop Nordest, a Immobiliare Nord Est, del cui collegio dei revisori era presidente il sindaco di Reggio, Luca Vecchi. Poi, come ammette il presidente, i 600 milioni di euro spesi per ammodernare i punti vendita, non sono serviti, visto che i clienti chiedevano più facilità di accesso ai prodotti, anziché negozi belli. Ora, bontà loro, ascolteranno i clienti, come aumenteranno i prodotti a marchio coop, politica che Lidl fa da un secolo. Dicono che si concentreranno sulla attività core, ceduti i distributori, ora cederanno le farmacie, ma mantengono l’informazione, le numerose Tv locali, servono forse a rendere rosei i destini del Pd, non certo a migliorare i conti, visto che oltre al ripianamento delle perdite, assorbono denaro dalle sponsorizzazioni, che potrebbero avere maggior fortuna su altri canali. Inoltre il piano di licenziamento di 700 dipendenti, fatto come dice Turrini, è lento e costoso, basato come è su scivoli e non su licenziamenti. Lo stesso vale per la razionalizzazione della rete, che porterà a risparmi di costi fissi, ma non di personale. Detto questo, la cosa che preoccupa di più è che la gestione caratteristica non comporti guadagno, il che significa che non basterà il cambio del vertice, ma che bisognerebbe mettere mano anche alla costosa dirigenza alta e intermedia, evidentemente poco efficace. Anche ammesso che si tornasse rapidamente ad un utile di 150 milioni, come annunciato, con questo quadro debitorio, non si risolverebbe molto, sempre che, nel frattempo i soci non ritirino i prestiti, che non essendo garantiti, presentano un alto rischio, di fronte ad un basso rendimento. Certo la proprietà di un asset come Unipol, per il momento garantisce una via di uscita, Axa ad esempio potrebbe essere interessata, come lo fu a suo tempo all’acquisto di Fondiaria Sai, in cui fu battuta proprio da Unipol. Non si può che augurarsi che dopo il crollo delle coop di costruzione, il nuovo direttore riesca a rimettere sulla giusta via quella che è una delle realtà più importanti della nostra regione, ma certo non si possono tacere le responsabilità di una classe politico- sindacale, che si è trasformata in classe manageriale, secondo un sistema di porte girevoli, dove si passava dal sindacato alla cooperazione e da qui agli assessorati e viceversa, come si vede anche nella giunta del comune di Reggio e non solo. Per il bene della nostra economia, dei risparmiatori e dei lavoratori, auguriamo al direttore Alemagna, ogni successo e che un nome non sia un destino. Alemagna infatti è finita nelle mani della Nestlè, se la memoria non ci inganna, prima di essere di nuovo ceduta a pezzi a diverse aziende.

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