Un governo di emergenza nazionale: se non ora quando?

Visto il quadro ancor più complesso, ripubblichiamo l’articolo sulla necessità di un governo di emergenza, una necessità assoluta quando passeremo a gestire la crisi economica, dopo aver superato quella sanitaria.

La situazione del coronavirus è in Italia più grave di quanto ci si potesse immaginare: per la facilità del contagio, per l’asintomaticità della patologia e per il fatto che si tratta di un virus che non conosciamo. Certamente si sono fatti errori di comunicazione e gestione della crisi, sia da parte del Governo che delle Regioni, ma molto si è pure fatto sul fronte del contrasto al virus, con in prima linea gli operatori sanitari. Non sappiamo quando, ma la battaglia contro la malattia sarà vinta, anche se pagando il prezzo di un numero purtroppo sempre elevato di vite umane. Certamente sappiamo che la convalescenza del Paese sarà lunga, sia sul fronte sanitario, dove è prevedibile ci saranno cambiamenti e potenziamenti delle strutture, sia su quello economico. La situazione economica precedente non era già molto rosea, non era stato bellissimo l’anno precedente e non lo sarebbe stato neppure questo, con buona pace del Presidente Conte. Il coronavirus, diciamocelo francamente, ha creato una vera e propria “emergenza nazionale”, che richiederebbe appunto un governo di emergenza nazionale. Certo il quadro politico si presenta diviso e debole come non mai, ma in tutte le democrazie la politica si presenta divisa. I governi di emergenza sono dettati dalle circostanze, non sono certo la normalità e si può dubitare che la grave situazione sanitaria attuale, il senso di panico che la accompagna e il collasso economico in atto, siano circostanze straordinarie?

Dobbiamo chiederci come sia possibile affrontare l’incipiente isolamento del Paese e la recessione economica in una situazione di litigiosità permanente fra governo e opposizione; di asimmetria fra rappresentanza parlamentare e peso elettorale effettivo delle singole forze politiche; di sfaldamento dell’amministrazione e di latente guerra fra i poteri dello Stato (soprattutto fra politica e magistratura); non avere una voce unica e forte nei vari consessi internazionali, a cominciare dall’Unione Europea. Per ora solo Renzi e Salvini hanno posto il tema, quest’ultimo con molte cautele, dovute al timore di far esplodere il centro- destra, con Forza Italia favorevole e Giorgia Meloni contraria. I 5 Stelle, ammesso che abbiano un’unica opinione, sono contrari temendo l’irrilevanza ed il Pd, come sempre si barcamena, temendo di rompere il governo e di precipitare verso le elezioni, con la probabile perdita del potere. Nessuno sembra rendersi conto della gravità della situazione, ognuno è bloccato da calcoli, paure e inconsapevolezza. La massima carica dello Stato dovrebbe una volta tanto uscire dal suo ruolo notarile e prendendo atto della situazione, richiamare le forze politiche ad uno sforzo di responsabilità e mettere su un governo che sia espressione di tutto il Paese che ricompatti, come in altri drammatici momenti di crisi, un popolo che sa alla fine essere generoso e riscattarsi. Senza altra finalità a cui subordinarlo, nemmeno a quella di elezioni politiche a breve. Ora si tratta di unire e salvare il Paese, cosa che governo e opposizione da soli non sono in grado di fare.

Non si tratta di eliminare le differenze e i conflitti, cioè la politica e la democrazia, ma di salvare per ora la barca, facendo insieme quelle riforme dell’economia e dello Stato che da solo nessuno riesce a fare. Inoltre questo passaggio, destinato a scontentare le tifoserie, ci consegnerebbe un centro destra più istituzionale e di governo e una sinistra meno settaria e supponente e soprattutto un legittimarsi contemporaneo delle forze politiche, che è il presupposto per una democrazia sana.

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