Warren Buffett, l’Oracolo di Omaha

2L’assemblea annuale della Berkshire Hathaway, società presieduta da Warren Buffett, inizia con l’arrivo ad Omaha, città da meno di mezzo milione di abitanti nel Nebraska, dove Buffett è nato e tuttora risiede.

La città si rivela sorprendentemente moderna e attrezzata, con un piccolo aeroporto, l’ università, belle zone residenziali, un grappolo di grattacieli e hotel nella parte nord, ristoranti di qualità e le acque del Missouri a fare da cornice. Ci dicono che il tenore di vita sia elevato, in quanto è sede di cinque aziende del Fortune500 i cui dipendenti possono beneficiare di salari competitivi e affitti abbordabili.

L’assemblea si tiene al CenturyLink convention center, una vera e propria arena degna dei migliori eventi cestistici, in grado di ospitare gli oltre 40.000 venuti da varie parti dell’America e del mondo per ascoltare ancora una volta l’Oracolo di Omaha.

La giornata è un vero e proprio show condito da coriandoli e luci e si apre con un video esclusivo, a cui hanno partecipato senza percepire compenso alcune star di Hollywood e personaggi come il pugile Mayweather (Buffett è un grande appassionato di boxe), video nel quale lo stesso Buffett e il suo vice Charlie Munger recitano, dando vita ad esilaranti gag.

E già di qui si può intuire la verve ironica dei due personaggi che per le successive sei ore reggeranno il palco in un format incessante di domande e risposte. Entrano fra gli applausi di un intero palazzetto in piedi, Warren Buffett, 84 anni, che con 72 miliardi di patrimonio stimato, resta uno degli uomini più ricchi al mondo e Charlie Munger, suo vice di 91 anni. “Io sono Warren, lui è Charlie… io ci vedo, lui ci sente… lavoriamo insieme”, esordisce così Buffett tra le risate del pubblico. La prima di mille battute. Buffett e Munger paiono due cabarettisti consumati, che si conoscono alla perfezione e rispettano i tempi scenici l’uno dell’altro. Quando Munger dice “se avessimo usato più debito saremmo più grandi ma avremmo sudato tanto la notte a letto e non è bello sudare la notte”, Buffett repentino aggiunge “almeno non per questioni finanziarie!”. L’età sembra non scalfirli, in particolare Buffett è ferrato su tutto, veloce nelle risposte, pieno di energia e dalla battuta fulminante.

Warren Buffett resta uno dei pochi, se non l’unico rappresentante vero del value investing, ossia quella strategia che consiste nell’investire in aziende di qualità e, nel suo caso, gestirle attivamente per ricavare profitti di lungo termine. Buffett non parla di macroeconomia, sul tema ha poco da condividere con il pubblico, si limita a dire che non è il tipo di considerazioni che ha influenzato le scelte delle sue acquisizioni. Buffett è un manager in primo luogo, conosce a menadito tutti i numeri delle sue aziende e la loro strategia. Fa profitto attraverso il lavoro, non la speculazione. Usando le parole di Munger e Buffett: “il value investing è l’unica cosa che abbia senso, ma pochi lo capiscono. Non compri una fattoria e speri che ti arricchisca in un giorno o una settimana. Serve tempo e lavoro. Molti cercano scorciatoie in finanza, ma così è il modo in cui ci si fa male”.

Per questo ogni anno Buffett ama esporre una slide che mostra il ritorno medio dei principali hedge fund (che gestiscono attivamente il portafoglio in modo speculativo, ossia entrando e uscendo dalle posizioni in tempi rapidi) contro il ritorno medio dello Standard and Poor’s 500. Il ritorno cumulativo degli ultimi sette anni è di poco meno del 20% per i primi e di oltre il 60% per chi è stato fermo sull’indice.

Il duo ha continuato a rispondere a domande di varia natura, sia sulle aziende gestite dal fondo, che sulla loro carriera o aspirazioni. Buffett, interpellato più volte sul tema filantropico, ha ribadito la volontà di donare il 99% del suo patrimonio ad attività benefiche.

La gigantesca manifestazione è inoltre condita dagli stand di tutte le aziende in cui Berkshire Hathaway è investita, che espongono e vendono prodotti. Ma quello che in fondo colpisce più di tutto è il buon senso con cui Buffett risponde agli interlocutori. Nessuna profezia clamorosa, nessun segreto o stregoneria. Se c’è un solo segreto del suo successo è lavorare tanto e farlo con persone di talento. Quello che fa la sua holding alla fine non è altro che comprare aziende valide e assicurarsi di creare le condizioni perchè continuino a guadagnare per cento anni. Qualcosa di molto ‘reale’ in una finanza sempre più virtuale. E alla fine ciò che ci si porta a casa è proprio la concretezza e la semplicità, che sono gli elementi che caratterizzano il lavoro tradizionale, e che in un mondo arzigogolato, tecnologico e virtuale, pieno di trading e derivati, fanno di questo arzillo vecchietto un personaggio ancora più unico.

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