Tocca ai politici il taglio della spesa – A. Mingardi

Pensioni-ultime-notizie-riforma-Governo-Renzi-tagli Un commissario alla spending review, persino il più intelligente e rigoroso, non può nulla senza il sostegno attivo del premier.

Nella prima repubblica, quando i partiti non volevano fare qualcosa nominavano una commissione. Nella seconda, quando i governi non vogliono fare qualcosa nominano un commissario.

Roberto Perotti lascia il ruolo di commissario alla spending review «perché non si sentiva molto utile». La legge di stabilità non contiene i 116 miliardi di tagli promessi da Renzi quando se ne andò Carlo Cottarelli. Cottarelli Renzi l’aveva ereditato da Letta, mentre Perotti se l’era scelto ed era apparsa una scelta felicissima. Perotti è uno studioso importante e un uomo retto.

Forse, se nemmeno lui è riuscito a portare a termine un piano di revisione della spesa, il problema non è la persona: ma il metodo. Un commissario è in buona sostanza un consulente, un esterno alla compagine di governo, chiamato a svolgere una funzione «tecnica». Questo era vero persino nel caso di Piero Giarda, ministro sì, ma del rapporti col Parlamento, al quale la spending review venne affidata a latere delle sue funzioni istituzionali, perché esperto studioso del bilancio dello Stato.

E tuttavia è difficile sostenere che decidere cosa tagliare e cosa no sia una questione “tecnica”. Si tratta di scelte eminentemente politiche. In gioco c’è la definizione del perimetro della pubblica amministrazione, dei compiti e delle funzioni dello Stato.

La discussione «tecnica» è spesso solo una foglia di fico. Se bisogna disporre, per esempio, se avere un maestro solo nella scuola primaria oppure tre, confronti internazionali e studi sull’impatto sull’apprendimento sono deboli armi retoriche.
Provare a limare gli organici può essere un modo per investire meglio i quattrini del contribuente: o al contrario un attentato alla qualità dei servizi pubblici. Dipende da come i partiti ce la raccontano, e come ce la raccontano dipende dal bacino di voti a cui attingono.

Per il Matteo Renzi che guidava la minoranza interna del Pd e poi sull’onda della débacle di Bersani andava a prendersi il partito, mettere in discussione la spesa era un modo per attaccare i sostenitori dei suoi avversari. Oggi è un rischio perché, accerchiato da destra e da sinistra, Renzi deve consolidare il «partito della nazione» tenendoci dentro tutto quel che ci può stare: incluse svariate categorie di percettori di denaro pubblico. Ciò che all’opposizione era uno «spreco» al governo diventa una leva per mantenere il consenso.

Lasciare i tagli a un consulente non aiuta. Da un tecnico, un leader si aspetta un menù di soluzioni. Nel migliore dei casi, il politico si nasconde dietro il tecnico perché teme l’impopolarità di certe scelte: come l’amministratore delegato che chiama un consulente ad impacchettare un piano in realtà progettato da lui. Nel peggiore, se le soluzioni prospettate gli risultano indigeste, decide di non decidere.

Tagliare è difficilissimo. Nell’ultimo secolo, la spesa pubblica è andata crescendo in tutti i Paesi occidentali. I governi che hanno saputo invertire la tendenza si contano sulle dita di una mano. Fra le grandi democrazie, viene in mente l’Inghilterra thatcheriana. Dove ci volle tutto il peso politico di una grande leader per frenare la crescita del peso dello Stato.

Un commissario alla spending review, persino il più intelligente e rigoroso, non può nulla senza il sostegno attivo del premier. E già il fatto che questi lo nomini commissario, e non ministro, significa che preferisce tenersi le mani libere.

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.