Tobin tax, quello che i media non dicono

fuga-stranieriSi è fatto un gran parlare sugli effetti nefasti di quella che è una delle più assurde decisioni, in ambito comunitario, del nostro Governo nell’aderire all’iniziativa franco-tedesca di politica economica, che va sotto il nome di Tobin Tax.

La motivazione principale dei detrattori di questa misura è la fuga di capitali su altri mercati regolamentati e non, essendo un’ imposizione fiscale unilaterale solo di alcuni Paesi UE, oltretutto diseguale da Paese a Paese.

La migrazione di denaro su altre piazze dall’Italia, andrebbe dall’80% per gli strumenti derivati, ad un 30% per quel che concerne i titoli azionari.

Altri analisti denunciano la perdita di posti di lavoro nelle SIM a causa dell’affievolimento degli scambi, appunto. Ma forse occorrerebbe prendere in esame un altro aspetto meno apparente in un primo momento, ma che andrebbe a costituire un ulteriore tassello posto dal Governo in carica, in Italia ma non solo, per giungere in punta di piedi ad un obiettivo più importante che non sia semplicemente un aumento di gettito. Esclusi dalla Tobin Tax, infatti, ci sono i Titoli di Stato, nel nostro caso italiani, il che costituisce una seconda discriminazione rispetto a tutte le altre forme di investimento di tipo finanziario.

Questa corsia preferenziale ne segue una prima, determinata dalla tassazione dei rendimenti rimasta al 12,5% dei nostri Titoli di Stato, contro una tassazione delle rendite e dei capital gain in generale portati al 20% dal precedente Governo Berlusconi. Ne segue la facilità di giungere alla conclusione che lo Stato si comporti finanziariamente in modo nazionalista allo scopo di infilare il più possibile obbligazioni governative tricolori nei portafogli dei risparmiatori di casa, attraverso le banche ed i Fondi d’investimento, costretti ad acquistarle in asta e desiderosi di scaricarle.

Si cerca con questo espediente non tanto, come dichiarato, di vincere la finanza diabolica e cinica, usurpatrice dell’etica e causa prima della più preoccupante e dura crisi degli ultimi 80 anni a questa parte, ma di emulare quanto accaduto in Giappone, in cui la maggior parte del debito pubblico è nelle mani della popolazione. In questo modo la speculazione, che ha come arma principale il rialzo degli spread attraverso la vendita di titoli di debito, non avrebbe gioco facile. In altre parole, nelle intenzioni dell’esecutivo, si disinnescherebbero le incontrollate fiammate intraday dei differenziali d’Interesse. Essi vengono tradotti inevitabilmente, alla fine di un periodo di riferimento, in aumento di spesa pubblica per interessi passivi, tanto temuto perché ci costringe a continui esami ed aggiustamenti di natura fiscale impostaci della comunità finanziaria internazionale.

Sorge anche l’atroce dubbio che in sordina, ma forse sarebbe più indicativo specificare, subdolamente ed in silenzio, il Governo uscente stia preparando il terreno per aumentare il debito pubblico, portandolo ben oltre il 125% sul Pil. Vuoi vedere che non riuscendo a districare la matassa aggrovigliata di vitalizi, privilegi ed interessi corporativi di ogni forma e specie, Monti&C. danno inizio ad un piano per estrarre linfa vitale alla crescita del Paese, creando nuovo debito, sterilizzandone i rendimenti?

Certo si tratta di un teorema che non ha riscontri né ufficiosi, né ufficiali, eppure i due Governi che fino ad oggi si sono succeduti, hanno creato le condizioni fiscali antiliberali per attrarre denaro sui titoli di Stato.

Il problema è che noi non siamo il Giappone: non abbiamo una Banca Centrale che ci sostiene le esportazioni, abbiamo, per contro, una montagna di vincoli europei e soprattutto l’impostazione economica giapponese inizia a mostrare crepe che non ne fanno un modello vincente.

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