Secondo trimestre in perdita per le principali asset class

liga23072013aL’ANALISI Saltate le correlazioni come nel 2004 ma questo può fornire valide occasioni

Accettare la volatilità per posizionarsi in modo strategico evitando le ‘sirene’

In questi giorni pre vacanze in tanti riceveranno dai propri intermediari la situazione dei loro investimenti tramite il consueto estratto conto di fine trimestre, nonché avranno probabilmente l’occasione di interfacciarsi con i propri referenti per capire ed approfondire i risultati fin qui conseguiti.

Molto probabilmente però osserveranno, a differenza del primo “euforico” quadrimestre, un rendiconto più o meno diminuito in termini di valore rispetto al 31 marzo e spesso anche rispetto al 31 dicembre, a maggior ragione se non si è spinto il portafoglio sui mercati azionari, USA e Giappone in particolare.

II TRIMESTRE

Nei primi quattro mesi dell’anno, nonostante l’anda – mento negativo delle obbligazioni governative e delle commodities (metalli preziosi in primis), tra maggio e giugno è venuta a mancare la naturale decorrelazione fra le varie asset class, ovvero quella peculiarità espressa nella famigerata diversificazione di portafoglio che in genere ha permesso a molti investitori di ottenere risultati positivi nella prima parte dell’anno. La correzione dei mercati obbligazionari ed azionari mondiali da metà maggio a fine giugno è stata particolarmente strana in quanto ha affossato le plusvalenze di tanti strumenti d’investimento e questo senza un clamoroso deterioramento dei fondamentali né a causa di alcuno shock geo-politico. Come evidente nel grafico allegato, l’indice globale delle obbligazioni è sceso di oltre il -4%, le azioni di quasi il -2% e le commodities di circa l’8%, nonché vi è stata un’elevata volatilità sulle principali valute globali, con oscillazioni clamorose a favore dell’euro ed a discapito di coloro che avessero diversificato in valute straniere.

IL CONTESTO

Le principali macro asset class (azioni-obbligazioni- commodities) hanno perciò chiuso il trimestre in calo, in quanto gli investitori sono passati repentinamente dalla propensione all’avversione al rischio. I mercati azionari sono stati teatro di vendite generalizzate a livello mondiale, i mercati delle materie prime sono stati in parte sostenuti dai titoli energetici, ma i cali riportati nei metalli preziosi e nei metalli industriali hanno annullato l’impatto dell’intera asset class ed i titoli di Stato sono stati anch’essi oggetto di un’ondata di vendite a livello globale poiché gli investitori hanno percepito l’annuncio da parte della Fed dell’accelerazione della riduzione e della sospensione dei programmi di acquisto di obbligazioni, con il potenziale aumento dei tassi di interesse in prospettiva.

BOND IN ROSSO

In particolare, i tanti prudenti risparmiatori che non avessero mantenuto elevate componenti di azioni ma che avessero preferito puntare i loro capitali sui settori obbligazionari a maggior rendimento, semmai spinti ad inizio anno dalla ricerca di tassi più alti, hanno visto erodere fortemente il risultato ottenuto dai settori a spread, sia Investment Grade che High Yield. Se nella prima parte dell’anno i governativi core avevano in parte deluso, la vera debacle è però arrivata dai tanti strumenti obbligazionari flessibili, total return o esplicitamente a spread, in quanto hanno realizzato decisi ritorni negativi, dopo il forte rally di inizio anno.

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In giugno, nonostante un mercato immobiliare americano apparentemente in ripresa, si è assistito a pressioni al ribasso anche per le cartolarizzazioni dei mutui (non-agency mortgages) ed infine, il debito dei paesi emergenti è stato particolarmente colpito da questa fase di vendite, sia per la chiusura di operazioni di carry trade in Yen, Usd ed Euro, sia per il riapparire di rischi politici tipici di questi paesi (Turchia, Brasile ed Egitto) nonché, dulcis in fundo, abbiamo assistito al forte stress del mercato interbancario cinese che ha contribuito al sentiment negativo dei bond in renminbi.

COME NEL 2004?

Alcuni gestori, evidenziano similitudini con il 2004 ovvero quando i tassi di interesse fissati dalla FED erano a livelli bassi (1% in marzo 2004) e gli asset rischiosi avevano registrato guadagni considerevoli nei 12 mesi precedenti, nonché l’economia degli USA era in fase di ripresa. In quel contesto, le incertezze circa le politiche della FED furono anche allora il punto di partenza di cambiamenti significativi, partiti dai mercati obbligazionari e trasmessi alle attività più rischiose. Dopo il dato sui Non-Farm Payroll rilasciato nel mese di aprile del 2004 decisamente superiore alle attese, il mercato si aspettava la fine della politica accomodante della FED. Come risultato, il rendimento del decennale USA era salito dal 4.1% al 4.9% in 4 settimane e l’S&P 500 aveva lasciato sul terreno un -5.8% nello stesso periodo. Anche altri asset rischiosi come le azioni dei paesi emergenti e le obbligazioni societarie avevano sofferto a causa del significativo aumento dei tassi negli Stati Uniti.

DIFFICILE A DIRSI

Tuttavia e pur riconoscendo le differenze rispetto al contesto in cui ci troviamo oggi – l’inflazione e le aspettative di inflazione erano più elevate nel 2004, la leva nel settore finanziario e l’impatto della speculazione nei mercati dei derivati obbligazionari erano certamente minore – non deve perciò essere preso ad esempio per pronosticare la chiusura dei mercati a fine 2013 , bensì per comprendere che come allora, le correlazione tra le obbligazioni e le attività rischiose seppur nel breve “saltarono” non sono poi potute rimanere a lungo positivamente correlate e dunque salire e scendere in modo univoco ma ritornarono al loro “normale” equilibrio. Se dunque le correlazioni dovranno ritornare prima o poi alla loro naturale “armonia”, è forse il caso di valutare l’attuale contesto come una possibile occasione per meglio ripartire i propri investimenti in funzione di una corretta diversificazione tra le differenti asset class, con un maggiore focus sui fondamentali delle stesse. Seppur vero che la tipica decorrelazione tra bond ed equity dovrà ritornare, è pur vero che ciò che è sostenibile rimarrà tale e ciò che non lo è in termini di fondamentali non potrà esserlo a lungo e subirà le dovute correzioni.

COSA FARE

Michael Hasenstab, noto gestore dei fondi Templeton Global Bond e Total Return Bond, ha recentemente commentato la situazione obbligazionaria USA nel seguente modo “E’ sorprendente. Stiamo parlando di molte persone che affronteranno grandi perdite … non si viene ripagati affatto per assumere rischio dai tassi di interesse… pensate alle proporzioni della bolla – abbiamo avuto la bolla del mercato immobiliare per risolvere la crisi high tech e ora abbiamo la bolla obbligazionaria – che continuano a diventare sempre più grandi, e gli effetti impatteranno su sempre più persone’. Un commento forte a cui segue un consiglio più che condivisibile: “E’ impor tante trovare paesi con fondamentali governativi buoni, dove vi è buon valore nel tasso di cambio e non è necessario assumere rischio da tassi di interesse per ottenere rendimenti favorevoli”. L’investitore con orizzonti temporali adeguati può trovare in questi movimenti le migliori occasioni per posizionarsi in modo strategico per il lungo termine ma come spesso accade per poter beneficiare dell’opportunità di lungo periodo bisogna accettare la volatilità di breve.

COSA NON FARE

Quello da non fare è probabilmente seguire eccessivamente il sentiment generale proposto dai gestori d’investimento, che per natura sono sempre “positivi” ma come hanno dimostrato i recenti cali sui bond ad alto rendimento (da loro caldamente consigliati ad inizio anno) ora cantano come delle sirene per indirizzare lo sprovveduto risparmiatore ad acquistare i mercati azionari, in primis quello USA, perché ritenuto più “stabile” e sicuro. Un canto che finalmente, come ha riportato il Financial Times, ha consentito settimana scorsa, il maggior afflusso di capitali sui fondi azionari US dal 2008. Come la finanza comportamentale insegna, è spesso l’utilizzo dello specchietto retrovisore delle performance a generare i maggiori rischi nei portafogli dei risparmiatori, in quanto tendono a comprare quello che sale e costa, svendono quello che scende ed è semmai ormai a sconto rispetto ai fondamentali. Di saldi sui mercati azionari non se ne vedono molti ma qualche interessante sconto in quelli obbligazionari si è forse materializzato. Perciò come si fa nella vita quando scendono i prezzi nel periodo dei saldi, bisogna cercare di evitare la merce non scontata (semmai alcuni mercati azionari) e tendere a verificare quella in offerta per trovare vere occasioni d’acquisto (semmai bond dai sani fondamentali).

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: rubens.ligabue@gmail.com

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