Robeco: tre scenari di ripresa post-pandemia fino al 2025

Lo strategist per il global macro team della società di gestione, van der Welle, delinea un tris di possibili sviluppi dell’attuale situazione di emergenza sanitaria. Nell’ipotesi di base il recupero inizia in maniera diseguale e solo tra cinque anni la crescita globale riuscirà a raggiungere il trend di lungo periodo

Da qui al 2025 potrebbero cambiare molte cose: nessuno lo scorso anno si aspettava che il 2020 fosse stato funestato da una pandemia di gravità pari a quella dell’influenza spagnola di un secolo fa. Eppure proprio partendo da questo scenario sanitario così negativo che Peter van der Welle, strategist per il global macro team di Robeco, fa i conti con la realtà e in una sorta di reality check a prova a delineare tre scenari. Le previsioni si basano su quattro elementi fondamentali: la risoluzione della crisi sanitaria, l’alleggerimento della crisi in corso, la gestione della domanda aggregata e il superamento degli inevitabili fallimenti politici lungo il percorso.

Scenario di base. Si ipotizza che la ripresa post-pandemia inizi in maniera diseguale man mano che il divario esistente tra i settori tecnologici, con un basso grado di servizi in presenza, e i segmenti che non possono far leva su un’ulteriore digitalizzazione si amplia ulteriormente. In questa ipotesi “prevediamo che i settori che offrono servizi in persona recupereranno in modo significativo dopo il 2022, poiché i vaccini anti Covid-19 saranno in grado di garantire l’immunità di gregge, consentendo una ripresa meno frammentata e asincrona. Alla fine del 2025, la crescita riuscirà a raggiungere il trend di lungo periodo, mentre l’inflazione nei mercati sviluppati aumenterà fino al 3% negli Stati Uniti entro quell’anno”, stima l’esperto di Robeco. Per quanto riguarda la politica, si osserva un maggior coordinamento tra i policy maker. “Le banche centrali si stanno adattando efficacemente al nuovo ruolo. Dopo aver esaurito gli strumenti monetari convenzionali a disposizione, portando i tassi a zero, ed aver conseguito obiettivi inferiori con quelli non convenzionali, stimolando la domanda aggregata attraverso l’espansione dei bilanci, entrano in una fase in cui l’onere della gestione della domanda aggregata viene riconsegnato ai governi”, rileva lo strategist della società di gestione.

Ritagliandosi questa posizione secondaria, le banche centrali si concentrano sul nuovo ruolo di facilitatori delle manovre fiscali, che impongono di mantenere i tassi nominali vicini al limite inferiore effettivo e di monetizzare i deficit fiscali, al fine di garantire che i costi di servizio del debito pubblico siano sufficientemente bassi da facilitare gli esborsi da parte dei governi e lo stimolo della domanda aggregata. “Alla fine del nostro periodo di proiezione, le banche centrali reindirizzeranno la propria strategia, dato che potranno finalmente osservare un livello di inflazione soddisfacente e persistente, forse addirittura superiore al target range”, aggiunge van der Welle.

Scenario ottimistico. Prevede una ripresa che riecheggia quella degli anni 70, con l’economia che mantiene lo slancio dopo il rimbalzo iniziale del 2021. Si parte dal fatto che nel 2021 potranno essere messi in circolazione diversi vaccini efficaci contro il Covid-19 mentre il virus non muta, consentendo a tali vaccini di rimanere efficaci più a lungo. “In termini di sostegno immediato post-crisi, si evita il cosiddetto fiscal cliff (o precipizio fiscale), senza ritardo significativo tra la scadenza dei provvedimenti a favore della liquidità presi dal governo e l’instaurarsi di una ripresa in grado di auto-alimentarsi, generando flussi di cassa”, spiega ancora van der Welle.

E, diversamente dalla previsione di base, il paradosso del risparmio eccessivo che inibisce la ripresa della domanda aggregata non trova più applicazione. “Gli stimoli fiscali si dimostrano molto efficaci, con moltiplicatori più elevati a causa delle maggiori ricadute tecnologiche in settori in cui la digitalizzazione non aveva ancora espresso il suo pieno potenziale. La domanda aggregata supera l’offerta, grazie ad un’impennata della spesa: vista la lenta risposta dal lato dei mercati del lavoro e delle materie prime, l’inflazione nei mercati sviluppati supera il target del 2% nel 2022, e accelera al 3% nel momento in cui si assiste ad un febbrile recupero della spesa”, evidenzia lo strategist.

Come conseguenza le banche centrali iniziano a valutare un aumento dei tassi prima rispetto al momento previsto nello scenario di base, con la Fed che avvia un nuovo ciclo di restringimento monetario entro il 2023, quando l’inflazione core statunitense si avvicina al 3,5%.

Scenario pessimista. Il Covid-19 porterà una grande stagnazione e le crepe nell’economia globale diventano sempre più ampie. In questo quadro “la pandemia è a malapena tenuta sotto controllo, con battute d’arresto nella ricerca di un vaccino a causa di mutazioni inaspettate del virus. La distribuzione di un vaccino efficace viene quindi ritardata fino al 2022, mentre nel tira e molla tra lockdown e riaperture il primo sembra essere favorito. Il kit degli strumenti di sostegno si esaurisce, e si prospetta un vuoto prima che si possa avviare una ripresa autosufficiente”, stima lo strategist.

Di conseguenza, con l’esaurimento dello spazio di politica fiscale e monetaria in alcune parti dell’economia globale, un’altra recessione prende piede. Questo percorso a forma di W è seguito da una stagnazione. Temi come l’eccesso di indebitamento da parte delle imprese, l’aumento delle disuguaglianze di reddito e l’erosione della fiducia nelle istituzioni e nella geopolitica sono fattori di rischio che avrebbero tipicamente causato una recessione classica, indipendentemente dalla crisi da Covid-19, ma tuttavia sono ancora presenti ed aggravati dalla pandemia. “Il ruolo delle banche centrali come finanziatori fiscali fallisce, in un contesto di crescita dei consumi più bassa a causa di forti spinte disinflazioniste, di un deleveraging forzato e di un minore effetto ricchezza. Ne consegue un periodo prolungato di disinflazione e una crescita reale molto bassa”, conclude van der Welle.

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