Quanti dubbi sulla Tobin tax

Le coperture. Che si parli di Imu, di Iva, o di altri tagli (o mancati aumenti) promessi agli elettori il tema delle coperture viene sempre fuori. Dove si prendono le risorse per coprire il taglio fiscale di volta in volta promesso? Talvolta le imposte cambiano solo nella forma, altre volte nella sostanza.

Nell’ottica di fare cassa ­per la copertura di mancati tagli di spesa pubblica­ il governo Monti introdusse dal febbraio 2013 (in anticipo sulle direttive europee) la tassa sulle transazioni finanziarie nella legge di stabilità, impropriamente chiamata Tobin tax in riferimento all’omonimo economista.

Lo spirito su cui si basa un’imposta sulle transazioni finanziarie è quello di ottenere gettito dalla speculazione, ispirandosi al principio di equità; per contrasto il difetto di un’imposta di questo tipo è quello di spingere altrove l’operatività di Borsa con relativo calo di gettito e minore liquidità per i titoli quotati, a danno dei risparmiatori.

Vediamo quindi se questa Tobin tax, che da ieri viene estesa anche agli strumenti derivati, offre un bilancio positivo tra equità e risultati. Un primo punto da osservare è la questione della territorialità: la scelta di tassare i soggetti ovunque residenti, ma solo relativamente alle operazioni sui titoli italiani e sugli strumenti emessi da società residenti in Italia comporta un incentivo da parte di chi può ad operare su altre piazze e su altri titoli. Una scelta per evitare l’imposta che è più alla portata di un investitore istituzionale, che non di un semplice risparmiatore.

Nel dubbio che qualche operatore istituzionale restasse comunque penalizzato la norma prevede che «saranno esenti dall’imposta i market maker, ovvero gli intermediari finanziari […] esenzione estesa anche agli enti di previdenza obbligatoria, ai fondi pensione e alle forme pensionistiche complementari». Si potrebbe quasi pensare che questa Tobin tax sia stata studiata per colpire esclusivamente i piccoli risparmiatori.

A rafforzare questo dubbio subentra anche la scelta di escludere dalla sua applicazione le «azioni emesse da società la cui capitalizzazione media nel mese di novembre dell’anno precedente a quello in cui avviene il trasferimento di proprietà sia inferiore a 500 milioni di euro», quelle per specialisti del trading, insomma.

Nella stessa direzione vanno l’inserimento della clausola di netting (ovvero viene esentato chi compra e vende nella stessa giornata) e la mancata lotta al layering: esistono operatori che inseriscono grandi quantità di ordini che poi non eseguono solo per indirizzare le scelte degli operatori più piccoli, prevedere un’imposta su questi ordini aumenterebbe il rapporto tra ordini inseriti e ordini effettivamente eseguiti.

Per quanto la norma da ieri colpisca anche i contratti derivati, non si può fare a meno di notare che dopo l’introduzione nel 2012 della patrimoniale sui risparmi sotto forma di bollo progressivo, questa imposta continua nella direzione di vessare il risparmiatore italiano spingendo peraltro gli operatori esteri a lavorare su altri mercati. Un’evidenza di questo è nei numeri: al 31 agosto del 2011 il totale degli scambi effettuati sul listino italiano era di oltre 487mila miliardi di euro mentre al 31 agosto 2013 supera di poco i 328mila miliardi di euro; un calo di quasi un terzo del volume d’affari per il listino milanese, non dovuto certo a un calo di capitalizzazione considerato che ad agosto del 2011 il FTSEMIB era a 15100 punti e oggi sfiora i 17000.

In Svezia, nel 1984, venne introdotta una tassa simile, ma portò incassi inferiori del 75 per cento di quanto preventivato a causa della diminuzione del numero di transazioni. La Svezia cancellò la tassa nel 1992. Partita con l’obiettivo di raccogliere 1,1 miliardi di euro l’imposta è oggi stimata capace di raccogliere al massimo tra i 200 ed i 250 milioni di euro. Viene drammaticamente da chiedersi: e ora dove le troviamo le coperture di questo mancato introito?

da Europa

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