Portafogli d’investimento alla prova del “terrore”.

fanaticoarmatoL’ANALISI: Dal 2001 un impatto sempre più breve sui mercati finanziari ma non scontato nel contesto attuale

Parigi è potenzialmente assimilabile a Madrid e al dopo 11 settembre

Dopo l’ottobre da record i mercati azionari hanno nuovamente virato verso il basso con una accelerazione crescente nell’ottava appena conclusa. La locomotiva americana S&P500 sì è infatti riportata venerdì scorso in territorio negativo rispetto ai valori di inizio anno (-1,74%). Una situazione che non aveva però depresso in analogo modo i mercati europei e questo grazie alle rassicuranti parole espresse da Mario Draghi davanti al parlamento europeo in merito al possibile e prossimo ampliamento dell’attuale QE da parte della BCE. Rassicurazione che hanno mantenuto i mercati europei in una situazione di quasi lateralità rispetto ai valori di inizio mese ma che potrebbero essere messi a dura prova proprio a partire da questa settimana a seguito dell’ormai noto e tragico accadimento che ha colpito ancora la Francia.

VARIABILE TERRORE

Il terribile e violento attentato terroristico avvenuto venerdì sera a Parigi è indubbiamente qualcosa di così efferato e di così ampia portata in termine di vite umane da aver subito fatto accostare tale evento al tristemente noto attacco del 11 settembre 2001 a New York. Un ulteriore episodio che non colpisce solo e nuovamente i francesi dopo il massacro avvenuto a gennaio di quest’anno presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo ma che sembra preannunciare una nuova escalation di terrore in Europa, ovvero un ritorno a quel drammatico biennio 2004-2005 che insanguinò altre capitali, quali Madrid e Londra. Un possibile scenario di tensione che inquieta i comuni cittadini ma anche gli investitori, essendo tali accadimenti variabili esogene in grado di portare maggiore volatilità in un momento caratterizzato già da elevata incertezza geo-politica ed economica. Diversi analisti ritengono infatti che l’attentato potrebbe aggiungere non pochi elementi di stress ai mercati finanziari e questo dopo una settimana già all’insegna del sentiment negativo, con borse in flessione, quotazioni del petrolio ritornate ai minimi di periodo e poco sopra i 40$ al barile e bruschi crolli nei prezzi dell’oro e del rame.

EFFETTO ATTENTATI

Guardando al passato i grandi attentati terroristici hanno in genere provocato reazioni negative sui mercati. E’ però dopo il crollo delle torri gemelle che nel mondo finanziario si è palesata la necessità di modelli di gestione del rischio in grado di valutare anche questa variabile. Fino ad allora sembrava un fenomeno da associare per lo più ai paesi in guerra o a quelli del terzo e quarto mondo ed i cui effetti finanziari sembravano circoscritti ai soli mercati locali ma dopo New York ed il crollo di Wall Street è diventato evidente come il grado di destabilizzazione sia ormai globale, se innescato da gravi attacchi in Occidente. Da allora vi è perciò stata una cospicua analisi accademica volta a determinare l’impatto del terrorismo sui mercati finanziari. In particolare si è dimostrato come un attentato terroristico non solo implichi un importante aumento d’incertezza tra gli operatori finanziari, dovuto all’evidente ed immediata vulnerabilità del sistema ma anche la temporanea impossibilità decisionale causata dal non poter escludere e stimare ulteriori eventi tragici nell’immediato futuro e dunque il più ovvio deleverage di rischio.

QUALI RIPERCUSSIONI

Le svariate ricerche pubblicate in questi anni sembrano convergere per lo più su alcuni effetti ricorrenti. Analizzando ad esempio i principali attacchi nei paesi occidentali dal 2001 in poi e nonostante il grande pathos emotivo che i media amplificano e propagano per più tempo nel pubblico, si è assistito ad impatti sempre più brevi sulle borse e con reazioni di “panic selling” passate da alcune decide di giorni fino ad un minimo di poche ore o quantomeno ascrivibili alla sola giornata del tragico evento. Nel report del 2010 dal titolo “the impact of terrorism on stock market: an empirical study” emerge come vi siano solo due elementi in grado di influenzare significativamente i mercati, ovvero la dimensione dell’attacco (in termini di numero di morti e feriti annunciato ufficialmente nel corso della giornata) ed i presunti colpevoli (se terrorismo islamico, quale l’ex Al Queda o di altra matrice, tipo ETA). L’impatto finanziario immediato è però diminuito negli anni grazie all’assuefazione dovuta al ripetersi di tali tragedie nonché alla migliore stima dei reali effetti sull’economia. Il tutto appare evidente nella tabella allegata e riferita ai ribassi dei principali listini azionari rispetto ai quattro e più significativi attacchi terroristici, ovvero 11 settembre 2001 (NY), 11 marzo 2004 (Madrid), 7 luglio 2005 (Londra) e 13 aprile 2013 (Boston).

Dinamica peraltro confutata anche dall’impalpabile reazione espressa dai mercati ad inizio anno durante l’attentato di Charlie Hebdo, fatto quest’ultimo che ha confermato la macabra relazione che lega i maggiori shock al maggior numero di morti e feriti.

COSA ATTENDERSI

L’attentato di Parigi sembra però riportare alla memoria quelli precedentemente evidenziati piuttosto che quello di gennaio, non fosse altro per la più evidente azione contro la gente comune e non per specifici e dichiarati atti rivolti a soggetti colpevoli (a dire dei terroristi) di blasfemia verso Maometto e la religione musulmana. Dall’osservazione passata dell’indice Eurostoxx, si potrebbe dunque ipotizzare una più marcata analogia con quanto avvenuto dopo la strage di Madrid, ovvero un maggior stress finanziario nel breve periodo. A differenza di allora però si è inseriti in un più complesso scenario di medio termine. Dal punto di vista economico infatti la Francia e l’eurozona non sono in una fase di ripresa economica post recessione, come nel 2004/05, bensì in un contesto di rallentamento globale a cui potrebbe seguire un’analoga campagna di “guerra al terrore”, i cui effetti non furono nel medio termine e post settembre 2001 così positivi per i mercati. Quanto espresso da Hollande con “è un atto di guerra dell’Is, non avremo pietà” potrebbe presagire scenari di stress finanziario più durevoli nel tempo ed a partire semmai dal post G20 in programma tra ieri ed oggi in Turchia.

PASSATE REAZONI

Dal punto di vista statistico emerge dalle esperienze passate un quadro di ampia correlazione tra i vari mercati e proporzionale all’intensità dell’evento terroristico nel breve termine ma dagli studi affiorano anche aspetti non di così immediata comprensione. Ad esempio e seppur vi sia una connessione importante tra i vari listini azionari, quello che ha più frequentemente subito effetti negativi è stato il mercato svizzero, seppur il paese sia considerato nell’immaginario collettivo immune da tali eventi mentre appare ancor più difficile spiegare la relazione maggiormente avversa dell’oro a tali shock, nonché il suo ampio tempo di recupero delle quotazioni rispetto all’intero indice delle materie prime. Comportamenti più logici sono invece riscontrati positivamente nei settori industriali del farmaceutico/biotech e della difesa/aerospaziali mentre all’opposto, soffrono maggiormente le aziende assicurative, le compagnie aeree e quelle del turismo, a cui seguono, seppur meno influenzate, le compagnie petrolifere e del gas mentre il settore bancario appare meno coinvolto se non in caso di prolungata crisi finanziaria. A livello di singole nazioni emerge inoltre una interessante relazioni negativa nei confronti dei partner commerciali con PIL inferiore al paese coinvolto nell’attacco. Gli investimenti invece che presentano minore sensibilità a tutto ciò, sono in generale i mercati obbligazionari governativi ed in particolar modo quello dei titoli di Stato americani ma in un recente paper dal titolo “Terrorism and its Impact on the Cost of Debt”, è emersa una particolare relazione tra il crescere del Global Terrosim Index (calcolato per paese a partire dal 2012) ed il successivo outlook negativo, fino al downgrade di una tacca nel rating sovrano, per i paesi in cui cresce considerevolmente tale indicatore. Nell’attuale scenario ed alla luce delle esperienze passate risuonano forse come più azzeccate le esternazioni riportate dall’ANSA di Giorgio Squinzi, ovvero quando dice: “assolutamente sì, la preoccupazione c’è tutta. Sia sulla crescita sia per quanto riguarda le Borse e i mercati finanziari. Su tutto” e conclude con un laconico ma quanto mai adatto “speriamo bene”.

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: info@rubensligabue.com

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