Perché lo spread manda in crisi le banche

 Potrebbero essere le banche italiane le prime grandi vittime della risalita dello spread. Nel lunedì seguente la prima bocciatura da parte delle autorità europee del Def italiano, gli istituti di credito sono tra i titoli più penalizzati al borsino di Piazza Affari (leggi qui la diretta dai mercati): l’indice del settore segna perdite intorno al 4%, tra le peggiori Carige ed Mps con perdite rispettivamente superiori al 6% e al 5%. Il problema degli istituti di credito italiani, per altro noto da tempo, è che sono molto esposti sui titoli di Stato, come sottolineato da diverse analisi pubblicate da analisti e giornali finanziari nell’ultima settimana. Questa esposizione è un grosso problema per tutti gli istituti di credito, ma in particolare per quelli che così vedono calare il loro capitale pericolosamente vicino alle soglie minime imposte dalle regole europee. Rischiando così di dover ricapitalizzare.

QUANTI TITOLI DI STATO CI SONO NELLE BANCHE ITALIANE

Secondo gli ultimi dati disponibili pubblicati dalla Banca d’Italia, da quando è iniziato a gennaio del 2018 il progressivo disimpegno della Bce dal programma di acquisto di titoli di Stato (il quantitative easing che abbiamo spiegato in questo pezzo), le banche hanno aumentato progressivamente i loro acquisti, passando progressivamente dal detenere 323,95 miliardi a 373,37 secondo l’ultimo dato disponibile di luglio 2018. Secondo Credit Suisse, se lo spread dovesse sfondare quota 400 le banche monitorate dagli analisti sarebbero costrette ad un aumento di capitale poiché il Cet1 (l’indicatore di solidità patrimoniale, ndr), passerebbe dal 12,53% all’11,87%. Tuttavia, al momento siamo ancora lontani da questi valori, anche se in mattinata lo spread ha sfondato quota 300 punti base e il rendimento del decennale viaggia sopra il 3,5%.

Il Financial Times ha notato in un pezzo pubblicato nel week end come i Cds (credit default swap) delle banche italiane siano i titoli il cui valore è più cresciuto negli ultimi tempi, con un andamento simile solo a quello delle banche turche. I cds sono strumenti finanziari che “assicurano” gli investitori contro il fallimento di una banca (o di un altro titolo o azione): come per tutte le assicurazioni, si paga di più quando la probabilità di “incidente” è più alta. Secondo un’altra analisi pubblicata da Citi, ogni rialzo medio di 50 punti base dello spread fa perdere a Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Bper, Mediobanca e Banco Bpm 19 punti base di Cet1 (l’indicatore di solidità patrimoniale) di media. L’andamento è però molto diverso da banca a banca, nel caso di Bpm l’impatto è di 33 punti, 28 Ubi.

LA STRATEGIA DELL’ALLEGGERIMENTO DI UBI

Proprio l’amministratore delegato di Ubi Victor Massiah ha dichiarato la settimana scorsa che la banca da lui guidata ha alleggerito la sua posizione sui titoli di Stato italiani, almeno percentualmente. Se prima infatti l’esposizione sui titoli di Stato era composta al 90% da titoli tricolore, adesso la banca è passata al 60% e vuole scendere ancora al 50%. Secondo un’analisi di Equita, in portafogli ci sono poco più di 10 miliardi. La strada della riduzione dell’esposizione non è tuttavia facilmente applicabile se tutti gli istituti di credito decidessero di imboccarla adesso in maniera decisa: una vendita generalizzata porterebbe infatti a un ulteriore calo dei prezzi, con relativo innalzamento dello spread.

LE DIFFICOLTÀ DI CARIGE E BPM

Tra le banche in forte difficoltà, vanno segnalate Carige e Bpm. Carige al momento ha un capitale ritenuto inadeguato dalla Bce e quindi doveva ricapitalizzare già prima di questa bufera sui mercati: la situazione così può solo peggiorare. Bpm, invece, sta mettendo in vendita il suo pacchetto di crediti deteriorati, i famigerati Npl: l’aumento dello spread rende più difficile ottenere buoni prezzi dalla loro vendita.

Lettera 43

 

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