Per Credit Suisse l’Italia non è poi così male

Al di là degli esercizi alfabetici delle agenzie di rating per l’Italia secondo gli analisti del Credit Suisse la situazione non è così brutta come potrebbe apparire. Un recente report della banca svizzera mette in luce alcuni elementi in grado di distinguere l’Italia dagli altri paesi periferici: “In primo luogo il deficit è al 4,1% del Pil. Il Paese ha inoltre un surplus primario dello 0,6% sul Pil, come Svizzera e Norvegia. In secondo luogo l’alto debito pubblico (121% sul Pil) è controbilanciato da un basso livello di leverage nel settore privato. La metà rispetto ai livelli di Spagna e Portogallo”. Terzo importante punto: “Il passivo verso l’estero è solo il 21% del Pil mentre per gli altri periferici si avvicina al 100%. Ciò significa che nello scenario peggiore, una rottura dell’euro, l’Italia non avrebbe bisogno di dichiarare default. Una svalutazione del 50% porterebbe gli impegni verso l’estero al 40% del Pil, un livello gestibile. Infine, le banche italiane attingono prestiti dalla Bce solo per il 5% del prodotto interno lordo contro il 45% della Grecia”.

Eppure tanta positività non è stata sufficiente all’Italia per evitare di finire nell’occhio del ciclone della crisi ed essere bocciata dalle agenzie di rating. S&P’s ha preceduto Moody’s e ha ridotto il rating sul debito sovrano dell’Italia ad “A” da “A+” mantenendo un outlook negativo. Nell’arco dei prossimi 12-18 mesi è lecito attendersi un nuovo taglio da parte di S&P’s mentre entro fino ottobre Moody’s renderà nota la decisione rimandata settimana scorsa. La riduzione potrebbe essere da “Aa2″ ad “A2″.

Moritz Kraemer managing director di S&P’s lascia aperta una finestra di speranza che si sposa con le indicazioni di un report elaborato dagli analisti di Credit Suisse: “Riforme strutturali in grado di promuovere la crescita e di favorire un sostanziale abbattimento del debito pubblico nel medio termine” sono le condizioni che potrebbero convincere S&P’s a non abbassare nuovamente il rating del Paese.

“Il principale problema dell’Italia è la bassa crescita, conferma il documento del Credit Suisse, con un prodotto interno lordo pro-capite al di sotto dei livelli del 2000. La crescita annua da inizio millennio è stata di appena lo 0,2%”. Per far crescere il Pil l’Italia deve tornare competitiva e dunque porre in essere quelle riforme strutturali da tempo e da più parti invocate. Tuttavia, sempre secondo il report del “Per rilanciare la competitività dell’Italia stimiamo necessaria una riduzione dei salari di 5 punti percentuali, il che significa che la crescita italiana rimarrebbe molto vicina a livelli recessivi”.

In tal modo il cerchio si chiude. Competitività, in questo frangente, sembra non fare rima con crescita. E senza crescita l’aggiustamento dei conti pubblici diventa più difficile. Per uscire da questa situazione ci vorrebbe “una crescita globale vigorosa, un euro molto debole o prezzi delle materie prime molto bassi oppure ancora una caduta decisa dei costi di finanziamento del debito” conclude il report.

Strade al momento ben poco praticabile dopo che il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita mondiale al 4% per il 2011 e per il 2012. C’è ben poco vigore in queste cifre e ancora meno in quelle relative al Belpaese (+0,6% nel 2011 e +0,3% nel 2012). Niente crescita, downgrade in arrivo quindi? Sotto il livello “A” per S&P’s c’è “A-” e poi “BBB” l’area nella quale sempre S&P’s ha promosso la Turchia.

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