Oro VanEck lo vede a 3.000

Il mercato deflazionistico, la debolezza del dollaro e l’aumento dei livelli di debito possono trainare ulteriormente al rialzo il prezzo del metallo giallo. Che beneficia anche dei piani di stimolo delle banche centrali e degli elevati livelli di rischio sistemico. Dinamiche molto favorevoli per le azioni aurifere

di Marco  Vignali

La corsa dell’oro ha comportato, tra i molteplici effetti, anche la necessità per gli analisti di rivedere al rialzo le stime sul prezzo del metallo giallo. Sebbene il trend positivo fosse ampiamente prevedibile, un rialzo così elevato ha sorpreso infatti alcuni esperti del settore, che hanno dovuto rettificare le previsioni sia a breve che a medio-lungo termine. Mentre gli scenari macroeconomici e socio-politici sembrano disegnare il background perfetto per un’ulteriore crescita, le società d’investimento si interrogano sui livelli che potrà toccare la quotazione del metallo prezioso, che è attualmente sotto i 2000 dollari l’oncia.

VanEck, società che gestisce attualmente circa 56 miliardi di dollari Usa a livello globale tra Etf, fondi a gestione attiva e mandati istituzionali, ha recentemente confermato la sua fiducia nell’oro, fissando un target price di 3000 dollari. VanEck aveva assunto una posizione rialzista già a metà del 2019, indicando a sostegno della stessa l’incertezza sostenuta delle politiche delle banche centrali, il crescente stock di obbligazioni a rendimento negativo e la rottura di un importante resistenza che durava da sei anni. Da allora si sono succeduti una serie di eventi decisamente imprevedibili, pandemia in primis, che hanno portato la società a rafforzare la propria view sul metallo per eccellenza.

“Sin dal 1968, quando l’oro quotava 35 dollari l’oncia, i driver dei mercati rialzisti per questo metallo sono stati classificati in due categorie: inflazionistici e deflazionistici”, ha spiegato Joe Foster, portfolio manager e strategist di VanEck, attivo da oltre quarant’anni nel settore aurifero, prima come geologo e quindi come gestore, analista e responsabile del team d’investimento sull’oro della società.

“Non vediamo un aumento dell’inflazione in tempi brevi, quindi crediamo che questo sia un ciclo deflazionistico. Entrambi i recenti mercati deflazionistici al rialzo dell’oro suggeriscono che un prezzo superiore a 3.000 dollari all’oncia possa essere ragionevole: se misuriamo infatti l’inizio di questo mercato al rialzo dai minimi del 2015, allora si ritrovano analogie con il rialzo del 2001-2008, quando l’oro è aumentato di oltre il 200%. Se si ritiene, come pensiamo noi, che l’attuale stimolo delle banche centrali per combattere gli impatti del virus Covid-19, insieme agli elevati livelli di rischio sistemico, siano simili a quelli della crisi finanziaria globale del 2008, allora si potrebbe anche fissare 3.400 dollari come punto di arrivo di questo mercato al rialzo”, ha aggiunto Foster.

Secondo la maggior parte degli investitori, tra cui ovviamente anche VanEck, nell’attuale mercato al rialzo deflazionistico, i bassi tassi di interesse, con i tassi reali addirittura in territorio negativo, e l’impatto economico ancora semi-sconosciuto della pandemia hanno guidato la recente domanda per l’oro, da sempre bene rifugio per eccellenza. Tuttavia, secondo Foster, vi sono anche altri fattori, prettamente tecnici, che hanno rafforzato tale visione, come la debolezza del dollaro statunitense, l’incertezza geopolitica e il continuo aumento dei livelli di debito. Inoltre, la strategia win-win dell’oro nei confronti del mercato lo renderebbe appetibile anche nel caso di aumento dell’inflazione, scenario ad oggi ampiamente dibattuto alla luce delle massicce misure di stimolo adottate dalle banche centrali e dai governi di tutto il mondo.

“Insieme alla persistenza di tassi reali negativi, crediamo che per il futuro vi siano dinamiche molto favorevoli per l’oro e per le azioni aurifere”, ha aggiunto Jan van Eck, Ceo della società. “L’oro continua a essere un bene scarso e il fatto che non vi siano state nuove scoperte significative di oro dal 2016 non fa che aumentare la pressione sull’offerta, già limitata rispetto alle altre materie prime. Nel frattempo, le società aurifere sono riemerse da un periodo di ricambio del management e di ristrutturazione fiscale e, a nostro avviso, sono ora meglio posizionate per restituire valore agli azionisti”.

Per questo motivo, non solo l’oro in sé, ma anche l’attività delle aziende minatorie e di estrazione potrebbe subire presto un’impennata, rendendo le azioni di tali società decisamente appetibili in vista del prossimo futuro. “L’oro fisico e i titoli auriferi possono fornire importanti vantaggi potenziali, presentando ciascuno un profilo di rischio/rendimento unico. I lingotti hanno storicamente mostrato un profilo di volatilità più basso, mentre le azioni tendono a essere più volatili e hanno storicamente sovraperformato l’oro durante i cicli del mercato al rialzo, a causa della loro opzionalità attraverso i profitti e la leva sulle risorse” si legge nel report.

Tuttavia, come insegna la storia stessa, troppo ottimismo e un’eccessiva sicurezza potrebbero portare gli investitori ad essere meno prudenti e a esporsi a un bene che, essendo molto scambiato sul mercato, è soggetto a oscillazioni di valore important. “Gli investitori dovrebbero considerare i rischi prima di investire: il prezzo dell’oro può subire forti movimenti in risposta alle condizioni congiunturali cicliche. Le società impegnate nella produzione e nella distribuzione dell’oro possono essere influenzate negativamente dai cambiamenti degli eventi mondiali, dalle condizioni politiche ed economiche, dal risparmio energetico, dalle politiche ambientali, dalla volatilità dei prezzi delle materie prime, dai cambiamenti dei tassi di cambio, dall’imposizione di controlli sulle importazioni, dall’aumento della concorrenza, dall’esaurimento delle risorse e dai rapporti di lavoro” concludono gli esperti.

Da Milano Finanza

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.