L’equilibrismo Usa amplifica l’instabilità

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L’incasso delle plusvalenze estere dei giapponesi ha innescato l’attuale sell-off

 Nell’ultimo mese e mezzo sembrerebbe essere bastata solo l’esternazione di Ben Bernanke, presidente della FED, ad agitare il sonno di tantissimi risparmiatori ma forse oltre ai commenti a cui tutti si aggregano per giustificare tali movimenti è forse sfuggito chi realmente ha innescato il sell-off e perché.

Cos’è successo? Tutti sappiamo che la FED in queste ultime settimane non ha alzato i tassi di interesse e non ha diminuito il suo QE mensile da 85 miliardi di dollari e dopo le tante accuse, ha più volte ribadito che “tutto dipende” e che il cosiddetto tapering, cioè una riduzione degli acquisti mensili di titoli, potrà iniziare forse solo a fine anno e se i dati economici e del mercato del lavoro continueranno a mostrare segnali di miglioramento.

Soltanto in tale scenario la Fed inizierà a ridurre, con l’intenzione o l’auspicio di finire l’allentamento quantitativo verso la metà del 2014. Quindi, oltre a tali esternazioni, nulla è realmente cambiato, perciò la domanda è perché e chi ha venduto amani basse i titoli di stato USA ed in quantità così elevate da far scendere velocemente i prezzi e far “schizzare” il rendimento del decennale di quasi un punto percentuale.

Il Giappone rimpatria

La svendita non è dunque causata dalla FED ma come riporta Maurizio Novelli, global strategist di Zest, nella realtà l’inizio di questo ribasso è partito dal Giappone in seguito alla massiccia svalutazione dello yen, avvenuta negli ultimi due mesi. Un svalutazione che in breve tempo ha creato profitti enormi alle istituzioni finanziarie giapponesi, grazie a tutte le posizioni d’investimento detenute fuori dal paese ed in dollari USA, australiani, in Euro e negli emerging markets.

Il grafico allegato mostra infatti come i maggiori venditori di Treasury americani, all’ultima rilevazione disponibile di fine aprile, sono stati proprio i giapponesi e questo mentre il “consensus di mercato” predicava che la politica della Banca del Giappone avrebbe innescato una gigantesca fuoriuscita di capitali dal Sol Levante verso tutte le asset class del mondo ma nella realtà è accaduto esattamente il contrario.

I giapponesi hanno invece rimpatriato capitali in modo significativo (stimati in circa 500 mld di USD) durante il mese di maggio e di giugno, altro che cospicui acquisti di BTP o Bonos spagnoli, come la stampa specializzata profetizzava a marzo-aprile mentre scendeva lo spread.

La Fed compra ma amplifica

Se poi osserviamo il recente grafico inerente l’espansione del bilancio della banca centrale, pubblicato da Zero Hedge su dati di giovedì scorso, appare evidente come ormai la FED detenga più del 30% del debito a dieci anni, un’escalation che non ha avuto finora battute d’arresto e che continua a crescere anche in queste settimane. Al passo attuale monetizza il 10% del debito ogni anno e riduce costantemente la quota in mano al mercato privato, ovvero quel mercato in cui i detentori di bond possono creare effetti maggiormente distorsivi sui prezzi, in quanto se le vendite diventano cospicue ma il mercato è più “ristretto” è ovvio che i movimenti siano più accentuati ed improvvisi.

Inoltre le “sparate” di Bernanke, successive ai decisi rimpatri giapponesi di fondi, potrebbero sembrare più una politica volutamente opaca, basata sulla minaccia di un rallentamento degli acquisti, per creare danno alle economie rivali (emergenti in primis).

Il sell-off si estende

Dopo le vendite giapponesi e le parole di Bernanke, le asset class degli emerging markets hanno e stanno continuando a subire la vendita da parte dei fondi d’investimento, in quanto come evidente dal grafico allegato, il panico ha iniziato a diffondersi tra gli investitori privati ed i riscatti sui fondi rappresentano ora la seconda ondata di vendita, quella in genere più caotica e disordinata.

L’outflow di capitali dai debt funds di quei paesi è infatti accelerato per la terza settimana consecutiva e se continua così appare ovvio che la creazione del credito nei paesi emergenti potrebbe subire pesanti ripercussione, fino a colpirne sensibilmente la crescita economica. Un effetto che logicamente amplificherebbe la già avviata discesa dei corsi azionari di tali paesi ma che agli occhi dei comuni investitori potrebbe far sembrare meno peggio l’investimento nel gigante USA.

Equilibrismo usa

Come evidenzia Mauro Bottarelli, su il Sussidiario.net, il governo Usa appare essere sempre più illiquido senza gli acquisti o le sottoscrizioni di bonds da parte della Fed, quindi se si smettesse, la parabola dei deficit federali sarebbe da incubo. Nessun mercato può restare sopravvalutato per sempre e la Fed stessa sa che il QE non ha effetti sull’economia reale.

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Tale fatto è stato anche recentemente enfatizzato nell’ultimo rapporto annuale della Banca dei Regolamenti Internazionali, ovvero la cosiddetta banca delle banche centrali. Certamente la banca centrale americana potrebbe riuscire a far salire nuovamente i mercati ma ad un certo punto lo schema non reggerà più.

Quali rischi

Sempre secondo la BRI, il rischio di perdite miliardarie a causa di tassi in crescita e di una nuova crisi bancaria globale potrebbero materializzarsi facilmente se i rendimenti risalissero in modo incontrollato. Nel rapporto è infatti stimato che i detentori dei buoni del tesoro statunitensi (esclusa la Federal Reserve) perderebbero più di $1 trilione, vale a dire quasi l’8% del PIL statunitense se i rendimenti dovessero crescere di 3 punti percentuali lungo l’intera struttura per scadenze. Le perdite per i detentori di titoli emessi da Francia, Giappone, Italia e Regno Unito varierebbero dal 15 al 35% circa del PIL dei rispettivi paesi. Seppur improbabile che i rendimenti segnino un’impennata così vistosa dall’ogg i all’indomani, l’es perienza del 1994, quando i rendimenti obbligazionari a lungo termine in una serie di economie avanzate salirono di circa 200 punti base nel corso di un anno, dimostra che un grosso movimento al rialzo può avvenire comunque in tempi relativamente rapidi.

Cosa fare

Potrebbe perciò ritenersi corretto pensare che la FED non sia volontariamente nella condizione di rimuovere gli stimoli monetari e dunque quello che sta accadendo possa rappresenta più una manipolazione orchestrata a seguito del parziale disimpegno di Treasury da parte di storici creditori come il Giappone.

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Il movimento attuale su quegli asset precipitosamente venduti a causa dell’effetto “parco buoi” potrebbero perciò rappresentare (in modo graduale) occasione di acquisto. E forse, le più interessanti scelte potrebbero presentarsi nel debito di quei paesi emergenti o sviluppati che denotano fondamentali sani ed utili a reggere meglio nello scenario esposto dalla BRI.

Non illudersi

Se le analisi macroeconomiche esposte sono corrette, ogni eventuale recupero dei mercati azionari potrebbe quindi essere più un’opportunità per vendere mentre per i bonds, da tutti venduti, una opportunità per accumulare (anche sui mercati emergenti).

Infine è da notare come l’attuale ed incondizionata fede verso le banche centrali abbia consentito di far crollare anche gli asset “assicurazione” (vedi oro, bund, nok ecc.), un ulteriore evidente segno che i mercati continuano a reputare di non averne bisogno per proteggersi, in quanto certi che la crescita arriverà grazie a un sostegno incondizionato. Il vero rischio del risparmiatore è sottovalutare i rischi e confidare nell’onnipotenza di chi onnipotente non è.

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