Le nuove divergenze parallele dell’euro – Giuditta Marvelli

euro_liligraphie_shutterstock_660 In questi giorni di tensione tra il governo italiano e Bruxelles, il Superindice dell’Istituto Bruno Leoni conferma l’allontanamento del nostro Paese dall’orbita delle medie macro economiche del Vecchio Continente. «Piaccia o meno, l’Italia sta ormai da tre anni dicendo addio all’Europa spiegano Paolo Belardinelli e Nicola Rossi, a cui si deve la creazione dello strumento e il monitoraggio nel tempo dei numeri. Lo dice, e non da oggi, il Superindice Ibl». Non è certo l’unica realtà divergente, spiegano ancora, «ma è certamente l’unica realtà divergente e al tempo stesso intrinsecamente vulnerabile».

In realtà non è proprio così. C’è stato un periodo, compreso tra il 2011 e il 2014, in cui le notizie dal Superindice avevano quasi un tono positivo. Ma adesso la musica è cambiata. L’ultima rilevazione, completata all’inizio di novembre, conferma quello che era già visibile in giugno: dopo essersi ridotto molto negli anni successivi all’introduzione alla moneta unica e in quelli precedenti alla crisi del 2008, la sincronia tra le economie del Vecchio Continente è tornata ad essere faticosa. Troppo, a giudizio degli economisti di Ibl.

Ai Paesi divergenti (tra cui ci sono oltre all’Italia, Francia, Austria, Grecia e Paesi Bassi) fa capo il 48% della popolazione dell’area giuro, mentre i convergenti (Germania, ex Repubbliche baltiche e Cipro) rappresentano appena il 29%. C’è poi il punto interrogativo legato alle numerose scadenze elettorali che potrebbero mettere a Parigi, Roma, Berlino e anche in Austria, governi ostili al progetto europeo. «Ma è evidente argo- mentano Belardinelli e Rossi che la data di avvio dei processi di divergenza è tale da escludere che siano stati una scelta elettorale».

Fino ad oggi,. quindi, i governi nazionali e l’Unione europea hanno accettato e accompagnato le spinte centripete dell’economia e della politica. Può continuare così? «Il tema dell’incompatibilità tra il grado di disomogeneità dell’Eurozona e il funzionamento ordinato di un’area valutaria peculiare rimane al centro delle questioni europee», spiegano ancora. In particolare il nostro Paese, secondo l’indicatore, sembra instradato su un cammino come quello già percorso tra il 2008 e il 2010, prima della grande crisi di instabilità che spedì lo spread con i titoli tedeschi sopra i 570 punti nel novembre del 2011 e che in pratica ci riporta a livelli di distanza economica dalle medie Ue simili a quelli esistenti poco dopo l’avvio dell’euro.

La critica e la conclusione degli studiosi di Ibl è piuttosto severa. «Come altri governi hanno fatto in passato scrivono nella nota di aggiornamento del Superindice si direbbe quindi che quello attuale stia in realtà vanificando gli sforzi messi in campo tra il 2011 e il 2014 per avvicinarci ai nostri partner europei». La spinta riformatrice rivendicata, quindi, non mostra apprezzabili risultati di politica economica.

Una tendenza positiva (anche se incompiuta) si era vista dice ancora l’analisi nelle rilevazioni tra maggio e novembre del 2015, mentre era in corso l’attuazione della riforma del mercato del lavoro. Un trend che si interrompe nelle rilevazioni successive «e si inverte bruscamente con l’attuale rilevazione». Insomma il Superindice prevede burrasca, più di quanta ce ne sia già ora.

Ma come viene costruito? Nell’indicatore troviamo il tasso di crescita del Pil in termini reali, il tasso di disoccupazione e tre indicatori dello stato delle finanze pubbliche a cui fanno sempre riferimento le regole fiscali europee: il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo e il rapporto tra debito e Pil, oltre al rapporto tra la bilancia dei conti correnti e il Pil. Un paniere di numeri e un meccanismo non difficile da capire anche per i non addetti ai lavori quando si guardano i grafici: se l’Italia fosse la fotocopia della media dell’Unione o dell’euro il valore del Superindice sarebbe zero.

Da Corriere economia

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