La fine del ‘bull market’ dipenderà come sempre dal ‘parco buoi’

L’ANALISI: Lo S&P500 è salito oltre il 210% dal 2009 e non ha forti scosse da più di 800 giorni .

Predire la conclusione di un ciclo rialzista è impossibile ma è doveroso capirne gli eccessi

liga16315aLa settimana appena conclusa sui mercati sarà ricordata indubbiamente per l’effettivo avvio del QE, dei nuovi massimi raggiunti dall’indice DAX tedesco e dai rendimenti minimi e a dir poco secolari agguantati dai bond europei. Dal punto di vista però squisitamente temporale rappresenta anche un momento di particolari anniversari, non fosse altro per il richiamo al marzo 2009 o al marzo 2000, ovvero al picco minimo della borsa USA post crack Lehman Brothers o ai massimi raggiunti in piena bolla internet ad inizio millennio. Il 10 marzo del 2000 venivano infatti toccati i picchi storici del NASDAQ a quota 5.048, valore quasi rivisitato in queste ultime settimane e dopo una lunga parentesi di 15 anni, mentre il 6 marzo del 2009 vennero toccati i minimi dell’indice S&P500, con un valore che lasciò molti osservatori incuriositi, essendosi fermato ad un minimo intraday di 666. Un lungo ciclo di scendi e sali che ha portato lo S&P500 a chiudere sui massimi storici in data 2 marzo e con il valore di 2.117 punti ha segnato un incremento del 213% dai minimi assoluti ma che da inizio anno è sostanzialmente invariato e di poco negativo. FINE DEL ‘BULL MARKET’ ? Nonostante l’euforia generale creata dai media sulla prima settimana di QE europeo è forse il caso di non fare il conto senza l’oste, ovvero festeggiare un pasto gratis senza osservare le reali possibilità di prosecuzione del banchetto. Un party a cui la borsa statunitense, ovvero la reale locomotiva dei rialzi dei corsi azionari globali, potrebbe non essere più in grado di partecipare, non fosse altro per la continuativa abbuffata finora realizzata e senza decise soste di consolidamento. Secondo una recente analisi di Andrew Lapthorne del team di SocGen Quant e pubblicata sul sito americano ZeroHedge, l’attuale mercato toro, con i suoi sei anni di crescita, è il più lungo mercato rialzista dal dopo guerra ad oggi, nonché ed in termini di performance assoluta il terzo più ampio rialzo dal 1907, ovvero solo dopo il 2000 ed il 1929. Inoltre ed è forse l’aspetto più rilevante per gli inguaribili ottimisti già in procinto di assaporare un nuovo primato assoluto, presenta ad oggi oltre 800 giorni di negoziazione senza una pausa di consolidamento superiore al -10%, un rally più lungo di quello del 1987 ed a cui seguì il tristemente noto crack ma non ancora da record storico come nel 2000. Indubbiamente tali dati statistici non servono a predire il futuro ma solo ad aumentare la consapevolezza di quanto sta accadendo e di quale eccezionalità i risparmiatori oggi devono essere coscienti, visto la loro accresciuta propensione al rischio (intenzionale o indotta).

liga16315d liga16315c liga16315b

Una consapevolezza che certamente mostra una possibilità di vincita in affievolimento con il passare del tempo e che richiede una scommessa sempre più costosa in termini di prezzo-utili, ovvero il solo valore in grado di attenuare gli effetti collaterali di una futura caduta dei corsi.

liga16315e

‘MASSA’ E STADIO FINALE Prevedere però la fine di un mercato rialzista è quasi sempre impossibile, ragion per cui la maggior parte degli operatori si astiene dal farlo nonché e per indole umana o forse per un semplice conflitto d’interesse, i gestori, gli analisti e fino ai più semplici interlocutori del piccolo risparmiatore quali bancari e promotori, sono sempre ottimisti e sono portati a non prevedere un calo dei prezzi del prodotto che vendono. Una tale visione andrebbe contro il loro stesso interesse, per cui spesso vige la regola non scritta del se andrà male, andrà male per tutti e dunque meglio non esporsi in posizioni controcorrente o quantomeno fuori dal coro ed in grado di far apparire troppo stonati i pochi che evidenziano la nudità del re e dunque esporli al rischio di essere banditi dal regno. Inoltre e come ormai ben noto nello stesso concetto di bolla finanziaria, le manie possono sopravvivere a qualsiasi previsione perché non sono alimentate soltanto da fattori razionali ma ancor più da sentimenti umani irrazionali come paura e avidità. E’ infatti noto che lo stadio finale di una bolla è quando la massa entra sul mercato e se questo può essere in parte desumibile dall’osservazione dei flussi di raccolta del risparmio e dunque dall’indirizzo che il piccolo investitore prende tra i vari strumenti di gestione (liquidità, obbligazioni, azioni ecc.) nell’allocazione dei suoi soldi, è però assai più difficile capire quando costoro si saranno finalmente stancati di correre in una certa direzione. Un fine corsa spesso anticipato da un trend discendente nell’utilizzo della leva finanziaria (margin debt), in quanto prevalentemente utilizzata dagli operatori qualificati, ovvero da coloro che per primi usciranno dal mercato ed al momento opportuno. Dall’osservazione dell’evoluzione del margin debt rispetto alla sua media mobile a 12 mesi è riscontrabile una concreta diminuzione nella spinta e dunque, se il passato insegna qualcosa, una reale possibilità di ‘bear market’ o quantomeno di importante rintracciamento, essendo l’ultima discesa prossima al -20% risalente al lontano 2011, ovvero quando arrivò l’ultimo segnale da tale indicatore. L’EFFETTO ‘PARCO BUOI’ La fine della corsa però dipenderà come sempre dal ‘parco buoi’ e dalla sua avidità nel ricercare, nelle azioni e nell’illusione del rialzo perpetuo, quei rendimenti perduti a causa delle politiche delle banche centrali (tassi zero e QE pluriennali). Politiche che hanno definitivamente prosciugato i rendimenti nel mercato monetario ed obbligazionario e che ora stanno finalmente forzando anche i risparmiatori più avvezzi al rischio a buttarsi nel mercato azionario. Questa volta, a differenza del 2000, non avviene per la sola avidità che si respirava allora ma per l’illusione di non avere alternative. Un abbaglio che allora era nutrito dall’avidità di poter fare facili guadagni mentre oggi è alimentato dalla paura di non conseguire risultati nelle altre asset class. La conclusione sarà probabilmente la stessa ma la vera differenza deriverà dalla perdita, in quanto la caduta non potrà essere ammortizzata da investimenti a rendimento zero o già negativi, quali depositi a vista ed obbligazioni governative.liga16315f

 

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: info@rubensligabue.com

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.