JP Morgan e i conti di Intesa

JP Morgan passa sotto la lente i conti di Intesa Sanpaolo  e mette in rilievo tre ostacoli piuttosto complessi sulla strada di un dividendo così elevato (0,197 quello appena annunciato), con uno yield attuale di quasi il 10%. Conferma il rating neutral sul titolo e riduce il target price da 2,5 a 2,3 euro. La banca d’affari americana riduce anche il prezzo obiettivo di Unicredit  da 17 a 15 euro.

Gli analisti riconoscono ad Intesa Sanpaolo , la capacità di tenere sotto controllo i costi. Tuttavia mettono in evidenza che i conti del 2018 contengono alcune voci una tantum che non si ripeteranno con facilità nel 2019. Su 4,05 miliardi di utile rientrano anche 246 milioni di guadagni da NTV (Italo) e 500 milioni dalle cessioni, soprattutto riguardanti il capitolo Intrum (cessione di crediti deteriorati), con l’effetto che “la guidance del gruppo sull’utile 2019 pare relativamente ambiziosa”, scrive JP Morgan.

Nel quarto trimestre del 2018 il Cet1 fully Loaded è sceso di 10 punti base al 13,6% a causa di maggiori deduzioni sulle tasse (Deferred tax asset). La voce include l’assorbimento totale delle Dta da 1,2 miliardi relative alla contabilità Ifrs9 e 0,6 miliardi di contributo pubblico non tassabile (fa parte del pacchetto da 1,285 miliardi che copre l’integrazione e la razionalizzazione per le due banche venete salvate dal fallimento). 

Ora, tolte le voci di beneficio una tantum, considerato il quadro macro economico sfidante e difficile con un’Italia in recessione da due trimestri e una prospettiva di crescita bassa nel 2019 (0,2%), un margine di guadagno debole (net interest income nell’ultimo trimestre a 1,74 miliardi di euro, in calo del 6% trimestre su trimestre), le attese della banca sul 2019 appaiono agli analisti americani un po’ rosee.

Il dividendo, scrive JP Morgan, continua a essere staccato grazie a cessioni e ad un payout ormai vicino al 108% degli utili contro un target dell’85% per il 2018, molto alto quindi. I broker ritengono che la fatica sia troppa per la banca (primo ostacolo), vedono il dividendo per azione fra il 13% e il 16% sotto il consenso Bloomberg per il 2019 e il 2020, mentre la visibilità su capitale e cedola (terzo ostacolo) si sta riducendo ulteriormente a causa delle incertezze legate all’attuale governo populista e la sua tenuta. Il fattore politico potrebbe pesare molto sulla banca guidata da Messina.

Su Unicredit , JP Morgan riduce il target price da 17 a 15 euro, ma sottolinea la riduzione dei costi da parte del ceo Mustier e il forte piano di de-risking sul fronte della cessione degli Npl. Poiché il titolo scambia a 0,45 volte il Nav e poiché l’obiettivo è far scendere l’Npe ratio lordo al 5% nel 2021, gli analisti vedono spazio di guadagno da parte del titolo.

Inoltre gli incentivi dei manager appaiono in linea con gli interessi degli azionisti. Lo stesso amministratore delegato Mustier ha investito 2 milioni in azioni Unicredit  a 14 euro l’azione e 2,2 milioni in obbligazioni subordinate nel marzo 2017, oltre a 600 mila euro in titoli (a 11 euro) e 600 mila euro in bond nel terzo trimestre del 2018 e ancora 3,6 milioni di azioni e 3,6 milioni in subordinati della banca di tipo AT1 dopo la pubblicazione dei dati sul quarto trimestre 2018. In tutto sono 6,2 milioni di azioni e 6,4 milioni di obbligazioni.

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