JP Morgan Chase: il grande rischio è la liquidità

 di Roberta Castellarin

Un giorno il grande rally di Wall Street sarà destinato a finire, e quando ci sarà la correzione gli investimenti passivi e il trading automatico giocheranno un ruolo centrale. L’avvertimento arriva da Marko Kolanovic, head del team di quantitative strategist di JP Morgan Morgan Chase nell’ambito di un corposo report dedicato alla crisi del 2008 e alle sue conseguenze curato da 48 esperti della banca. Il capitolo scritto da Kolanovic vuole rispondere alla domanda: Come sarà la nuova crisi? Secondo lo strategist la giusta definizione è quella di una Great Liquidity Crisis, una grande crisi di liquidità che sarà la conseguenza dello smantellamento delle misure messe in atto per fermare la crisi precedente. Quindi ancora una volta saranno le Banche centrali ad avere un ruolo da protagoniste. Ma a peggiore le cose intervverrà il fatto che in questi 10 anni il modo di investire e di gestire il trading è cambiato. Un tema importante sarà quello della liquidità. Ormai gli intermediari intervengono poco sul mercato per fornire liquidità, si limitano a fare incontrare domanda e offerta senza prendere posizioni in proprio. Questo può funzionare finchè le cose vanno bene, ma in caso di turbolenze questo crea dei veri problemi.

“Il timing di questa ipotetica grande crisi di liquidità sarà in gran parte determinato dal ritmo con cio le banche centrali attueranno la normalizzazione, dalle dinamiche del ciclo economico e da eventi esterni, quali la possibile escalation della guerra commerciale intrapresa dall’amministrazione Usa”, si legge nell’analisi di Kolanovic. Che si soferma sul fatto che se il detonatore della crisi sarà rappresentato dal ritiro degli stimoli delle banche centrali ci sono dei fattori che finiranno per acuire i ribassi. Quali sono questi fattori?

Kolanovic parte dalla crescita esponenziale dei prodotti indicizzati e degli Etf, che riducono la capacità del mercato di attutire e recuperare dopo forti ribassi. Lo strategist stima che 2 mila miliardi di dollari siano passati dai fondi attivi a quelli passivi negli ultimi 10 anni. Da sempre infatti i gestori value, quelli che acquistano titoli trascurati dal mercato o venduti nei momenti di panic selling, avevano infatti un ruolo da calmieratore nei ribassi che Etf o fondi indice non possono avere.

Ma anche la diffusione di fondi che aggiustano i loro portafogli tramite meccanismi automatici in base alla condizioni di mercato sono di fatto programmati per vendere in fase di debolezza. Kolanovic ricorda che se si mettono assieme fondi indicizzati e quantitativi ormai questi rappresentano i due terzi degli asset in gestione al mondo e il 90% del trading giornaliero viene da queste strategie. “Di fatto oggi ci sono grandi gruppi di investitori che prendono decisioni in modo meccanico. Vendono quando compaioni alcuni segnali prefissati e non in base ai fondamentali. Gli indicatori possono essere un aumento del Vix, un cambiamento nella correlazione tra bond e azioni o una pura variazione di prezzo dei titoli. Per esempio se il mercato perde il 2% devono vendere”, si legge nel report.

Senza dimenticare che nelle sale operative c’è stato un passaggio dai market maker in carne ed ossa a programmi che gestiscono la liquidità sulla base di indicatori prefissati: anche in questo caso, quindi, il rischio è quello di automatismi di vendita.

Mancheranno poi per gli investitori alternative per compensare le perdite sull’equity a causa dei tassi ancora bassi e del fatto che le banche centrali avranno pochi margini per fare nuovi acquisiti di asset, avendo appena iniziato la normalizzaione dei bilanci.

Kolanovic ricorda anche che molti fondi pensione hanno spostato parte dei loro portafogli dalle azioni al private equity, quindi anche in questo caso mancherà un elemento di stabilizzazione.

Come potranno intervenire le banche centrali? Se il mercato cade del 40% o oltre la Fed dovrà entrare in azione per evitare una recessione e questo potrebbe portare a misure non convenzionali, compreso il possibile acquisto di azioni. Una mossa già fatta dalla banca Centrale del Giappone.

In un’intervista Kolanovic ha precisato che questo scenario non vuol essere una previsione, ma un avvertimento sui rischi che sono in aumento e ha anche detto che le probabilità che una crisi si manifesti sono ancora basse fino alla seconda metà del 2019.

Da: Milano Finanza

 

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