Il vaso di Pandora

o.89805I Governi occidentali stanno attraversando la crisi più acuta, snervante e prolungata che ci sia mai stata dall’ultimo conflitto mondiale.

Crisi partita dai mercati finanziari, dilagata all’economia reale, arrivando, come è naturale che accada nell’ultimo stadio endemico, alla vita lavorativa e sociale della gente comune.

Tutto ebbe inizio negli Usa verso la fine del 2008, quando venne scoperto il vaso di Pandora della finanza creativa, che agiva incontrastata ed incontrollata, attraverso l’utilizzo senza ormai alcun freno, di strumenti che valorizzavano un debito di nessuna qualità, mai esigibile dall’acquirente e mai solvibile dal contraente.

Le banche statunitensi creavano debito dal nulla, utilizzando denaro che nemmeno possedevano attraverso un effetto leva, successivamente lo frazionavano, lo impacchettavano ed infine lo distribuivano in giro per il mondo, andando ad inquinare i mercati mobiliari. Il leverage che caratterizzava il modo operandi delle banche aveva nascosto, si fa per dire, un pericolo terrificante: eventuali perdite di pochi punti percentuali degli asset incriminati propagavano come uno Tsunami il proprio effetto, moltiplicandolo e mettendo così in pericolo la capitalizzazione dell’intera industria creditizia del Paese. Questi Titoli di credito assunsero l’emblematico aggettivo di ”tossici” e la loro trave portante era costituita principalmente da mutui sulla casa dell’americano medio, che contraeva con l’agenzia finanziaria preposta, senza nessuna garanzia vera, ma solo su mere promesse di rivalutazione dell’immobile stesso, ma anche sui propri risparmi da lavoro, investiti in borsa. Magari proprio in azioni della banca che deteneva il suo debito.

Appare evidente la costruzione di un immenso castello di carta, basato su di uno schema Ponzi che prima o poi avrebbe lasciato qualcuno col cerino acceso in mano. Tutto ciò provocò il fallimento di una delle più importanti banche d’affari d’America, la Lheman Brothers, e l’intervento della Fed, che iniettò migliaia di miliardi di Dollari nel sistema bancario per arginarne il tracollo, ma portando così il debito pubblico a più di 16 Trilioni di Dollari.

Due anni più tardi si manifestò sull’altra sponda dell’Atlantico il fallimento tecnico della Grecia per un eccesso di debito pubblico, causato, in questo caso, dall’improduttività economica del Paese, oberato da una burocrazia intonsa e sproporzionata nelle proprie dimensioni. Problematica che investe anche altri Paesi europei di ben più importanti dimensioni economiche, compromettendo crescita e Pil dell’intera area Euro. I mercati iniziarono seriamente a vacillare sotto i colpi di cannone della sfiducia nei confronti delle classi politiche dei Paesi della Ue, intente soprattutto a difendere nostalgicamente status e condizioni interne, ma miopi verso un futuro che non potrà mai più prevedere una continuità con il passato per ovvie ragioni di competitività verso le nuove economie asiatiche. Sfiducia che investì le stesse autorità di Bruxelles, incapaci di soluzioni incisive e decise per raggiungere un compromesso. Anche in questo caso la quadratura del cerchio venne affidata alla Banca Centrale con politiche monetarie espansive. Inondando le banche dei singoli Paesi di liquidità, che facesse ripartire credito verso le imprese e fiducia nel sistema.

Il risultati di qua e di la dell’Atlantico furono che gli Usa si salvarono per un soffio, rimandando e non risolvendo il problema, che si ripresenterà alla porta a fine 2012, in tutta la sua mostruosità, con tagli “automatici” di spesa pubblica e tagli alle agevolazioni fiscali. Mentre in Europa il credito alle imprese, in particolar modo dei Paesi mediterranei, che soffrono di alti costi di finanziamento, non è ripartito, un sudario di sfiducia ricopre le speranze per il futuro, il Pil continua inarrestabile la sua discesa ed il debito pubblico dei singoli Stati continua a crescere. Salta subito in evidenza che la soluzione non è dietro l’angolo.

Nel nostro Paese Mario Monti ha praticamente fallito la sua missione nel portare l’economia, per la prossima legislatura, fuori dalle secche della stagnazione. Un po per colpe sue, nel non utilizzare maggiore temperamento nell’abbattere quei privilegi corporativi che intrappolano essenziali risorse di ripresa, ma soprattutto per i continui ostacoli che tali poteri hanno frapposto tra Lui e la sua opera, permettendogli astutamente solo aumenti di gettito fiscale e tagli alle politiche sociali, così da raccogliere malcontento e confinarlo in un cono d’ombra di impopolarità nazionale. Il futuro per l’Italia potrebbe essere racchiuso in un’azione di programma finanziario da far accapponare la pelle per chiunque abbia una minima sensibilità liberale, fondata su meritocrazia ed ingegno costruttivo. Premesso che si accede, chiaramente, al campo delle ipotesi, ma non più di tanto. Alcuni elementi già oggi vanno in una direzione preoccupante, andando ad influenzare il risparmio degli italiani. Il debito pubblico, costituito da Titoli di Stato di varia natura, è per lo più in mano alle banche, al risparmio gestito dei fondi comuni italiani e nei Conto Titoli dei singoli cittadini. Una grossa fetta (circa 700 Mld) rimane comunque nei portafogli esteri di banche e Fondi pensione internazionali. In Italia il risparmio liquido è ben superiore al totale del debito pubblico. Questa situazione numerica potrebbe “stimolare” all’utilizzo di parte del risparmio delle famiglie come panacea nel non violare i vincoli di stabilità e affrontare così scelte di natura economica e sociale con mano libera.

Nel caso in cui un ritorno a breve di spread eccessivamente alti con il Bund, quale che sia il Governo in carica, potrebbe far decidere un ulteriore incentivo forzoso nell’acquisto Titoli di Stato ad imprese con alto cash flow e ai cittadini. Così facendo si imporrebbe un riassorbimento interno al Paese del debito, stabilizzando verso il basso la spesa per interessi passivi, avendo tolto proiettili distruttivi alla speculazione. Chi ritenesse ciò frutto di fantasia un tantino bizzarra e colorita gli basti osservare che un’impostazione, nel raggiungere tale traguardo, è stata dettata già a suo tempo dal Governo Berlusconi, quando quasi raddoppiò la tassazione sulle rendite di qualsiasi strumento finanziario di origine italiana o straniera che fosse, senza toccare quella relativa ai Titoli di Stato. Opera poi proseguita da Monti, sia con il prelievo della Tobin-Tax, sempre escludendo Btp e Bot, sia con la costituzione del Btp Italia, destinato ai soli risparmiatori.

Il populismo di Stato solitamente risulta poco incline ad una seria riforma della Pubblica Amministrazione, nonché è prossimo a veloci soluzioni di problematiche in campo economico senza dover sudare, cioè senza nemmeno provare nel difficilissimo compito di abbattere la consuetudine vigente del reato di concussione, che ci costa un tesoretto di 60 Miliardi di Euro annui e che risulta essere strutturale e capillare nel costume sociale e politico italiano. Molto più facile indirizzare subdolamente il risparmio, non lasciando alternative, nel campo delle scelte strategiche di costruzione portafogli. Il colpo d’incontro, alla libera disponibilità dei nostri risparmi, verrà sancito con l’adozione obbligatoria del denaro elettronico, al posto della moneta circolante. Con spese superiori a 50 Euro, ad esempio, occorrerà far ricorso a carte di credito o bancomat e non saranno più consentiti pagamenti in contanti. In altre parole, lo Stato dopo averci radiografato con Spesometro e Redditometro, rispettivamente esigenze e reddito, da buon genitore, ci dirà cosa potremo spendere ogni anno, lasciandoci una “paghetta” da non sforare. Della serie i soldi sono tuoi ma te li gestisco io, impossessandosi senza vergogna dei nostri risparmi, lasciandoci una fantomatica illusione di essere uomini liberi.

Le banche festeggeranno avendo definitivamente vinto la madre di tutte le battaglie, facendo un ulteriore e definitivo bottino di liquidità dopo i precedenti regali della Bce, non dovendosi neppure più preoccupare di eventuali fughe di capitali. Tale ipotesi troverebbe larghi consensi anche a Francoforte e Bruxelles. Germania e paesi del nord Europa potrebbero addirittura aprire all’ipotesi dei tanto sospirati Eurobond senza nemmeno dover aggiungere un centesimo, vedendo nel nostro Paese, finalmente, un enorme muro tagliafuoco per isolare il propagarsi dell’incendio che ha colpito tutti gli altri paesi dell’Europa meridionale.

Spagna, Portogallo e Grecia hanno numeri di deficit, debito, Pil e risparmio che non lasciano scampo. Dovranno chiedere presto l’intervento di sua maestà la Bce per ricapitalizzare banche e Stato. Situazione delicata anche per gli Usa, che non avendo alternative, cercheranno disperatamente con aumenti di gettito fiscale, ma anche con una produttività non del tutto compromessa, di far ripartire il Pil a livelli che non vedono ormai più da anni ed abbassare il mostruoso debito federale e nazionale. Sperando magari in un nuovo impulso tecnologico di varia natura, come può rappresentare la Green-economy, l’indipendenza energetica, la genetica o quant’altro. D’altronde l’America è la patria dell’innovazione e della ricerca, troveranno sicuramente nel prossimo lustro qualche diavoleria tecnologica che li rilanci a razzo fuori dalla crisi, sulle orme di ciò che capitò all’alba dell’era new-economy, in cui Bill Clinton fù Presidente.

Di sicuro Stati Uniti d’America, ma anche Europa, dovranno pregare e sperare nella Cina. Vedremo quale indirizzo avrà la nuova stagione appena inaugurata dal nuovo leader cinese Xi-Jinping. Di sicuro sia Usa che Cina continueranno nell’immediato indissolubilmente ad essere legati a doppio filo. I primi pagano con Buoni del tesoro ciò che i secondi gli vendono.

Tuttavia un impulso verso un nuovo eldorado economico mondiale sarà, prima o poi, improntato dalla trasformazione della seconda potenza mondiale da Paese produttore ed esportatore, in Paese consumatore ed importatore.

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