Il punto sui mercati

 I mercati finanziari sembrano contrastati tra i tentativi di stabilizzazione, visibili sull’azionario dei Paesi Sviluppati e sul rendimento dei Treasuries, ed una più chiara avversione al rischio, particolarmente evidente sugli asset del credito e dei Paesi Emergenti, anche in risposta ad un flusso di eventi e notizie sui fronti dei dati macroeconomici, degli utili societari e della situazione geopolitica che sembrano compensarsi a vicenda. Mentre l’indice di volatilità VIX dell’equity USA è rimasto in area 15, la risposta dell’S&P 500 ad una delle più solide stagioni degli utili trimestrali negli ultimi anni è più modesta del solito, ed il mercato continua a muoversi con approccio molto tecnico: per il benchmark azionario USA la settimana scorsa si è chiusa intorno agli stessi livelli della fine della settimana precedente, subito dopo aver testato la media mobile a 200 giorni, e rimane saldamente nell’intervallo tra questa e la più elevata media mobile a 100 giorni. Mentre il rendimento del decennale USA non è riuscito a rompere la soglia del 3%, il movimento di rafforzamento del US$ è proseguito, mettendo sotto pressione tutto il complesso degli asset dei Paesi Emergenti ma sostenendo la sovraperformance dell’equity europeo rispetto a quello americano. Le tensioni nel mercato obbligazionario sono concentrate sugli asset del credito, dove gli spread dei corporate investment grade e high yield in US$ e del debito in valuta forte dei Paesi Emergenti hanno raggiunto alla fine della scorsa settimana i livelli più alti da rispettivamente 8, 12 e 18 mesi.

La stagione degli utili trimestrali è arrivata a circa metà del suo percorso, con il 52% delle società dell’S&P 500 ed il 50% di quelle dello Stoxx 600 che hanno già riportato (il 28% del Topix hanno riportato ma questa settimana è atteso un altro 43% dell’indice). Come anticipato, i risultati sono mediamente superiori alle attese, in particolare negli USA, dove però la risposta è più modesta della media storica, inferiore anche alla risposta dell’equity europeo, anche se questa divergenza è probabilmente legata a fattori esogeni come l’andamento più favorevole del cambio EUR/US$ nelle ultime settimane. Negli USA il 77% delle società ha battuto le stime sugli utili per azione, mediamente del 6%, per una crescita complessiva del 23% rispetto al primo trimestre dello scorso anno, ed il 69% ha battuto le stime sul fatturato. In Europa le percentuali sono del 53% per l’utile per azione (crescita annua dell’11%) e del 48% per il fatturato, sul quale pesa negativamente l’impatto dell’andamento dell’Euro, che dovrebbe diminuire dal secondo trimestre.

Il fronte geopolitico rimane contrastato, con pochi progressi sui numerosi fronti aperti. La rinegoziazione del rapporto commerciale tra USA e Cina è appena partita e, nonostante occasionali episodi di retorica maggiormente aggressiva tra le due potenze, il rapporto rimane fermo alla fase di posizionamento delle parti in vista di estese trattative. Analogamente, i negoziati per il NAFTA sembrano procedere più lentamente del previsto. Il punto di maggior tensione è ovviamente la sopravvivenza dell’accordo sul nucleare con l’Iran, che gli Stati Uniti sembrano orientati a rinnegare ed a sostegno del quale è arrivata anche una dura difesa dal Governo di Teheran nel weekend. La decisione in merito del Presidente Trump prevista per il 12 maggio è stata inaspettatamente anticipata a martedì 8 maggio, con la conseguenza di fermare il rally del petrolio per il rischio di sorprese dalla Casa Bianca. Considerando l’usuale strategia negoziale del Presidente Trump, l’accordo potrebbe anche sopravvivere, eventualmente con qualche modifica, ma rimane il rischio che gli interventi per rompere lo status quo prediletti da Trump possano sfociare più facilmente in confronti militari quando sono applicati ad un’area già turbolenta come il Medio Oriente.

Il movimento del US$ ha continuato a catalizzare l’attenzione dei mercati, anche per le conseguenze che sta avendo sulle asset class. Poiché le condizioni per un apprezzamento del US$ (in particolare il differenziale di rendimento con il resto del mondo) erano già presenti nei primi 4 mesi dell’anno senza effetti apprezzabili sulla valuta, gli investitori sembrano cauti ad adottare una view più positiva sulla divisa nonostante livelli tecnici chiave di EUR/US$ e del Dollar Index siano sotto pressione. Inoltre, il differenziale di crescita economica, che era più chiaramente a favore degli USA nel primo trimestre, sta diventando meno di supporto ora che il deterioramento nell’Eurozona sembra rallentare. Dopo il FOMC della scorsa settimana, che pure non ha segnalato un orientamento aggressivamente restrittivo, il differenziale di politica monetaria rimane invece chiaramente a favore della divisa USA, così come il posizionamento iniziale degli investitori, che partiva da una base sovraffollata ribassista di US$. Il rafforzamento del US$ sta determinando ampie prese di profitto sugli asset dei Paesi Emergenti, in particolare quelli del reddito fisso, che avevano sovraperformato gli altri asset rischiosi durante la correzione di febbraio e marzo. In particolare Turchia e Argentina sono stati colpiti duramente, a causa della loro vulnerabilità sul fronte dello squilibrio dei conti con l’estero, dell’elevata inflazione e della perdita di credibilità della Banca Centrale per accomodare le esigenze del Governo. Mentre in Argentina la risposta delle autorità è stata aggressiva e complessivamente “ortodossa”, con un mix di drastico aumento dei tassi d’interesse e stretta fiscale, in Turchia non vi sono ancora segnali di una svolta dalle politiche “eterodosse” degli ultimi anni (il Governo ha anzi varato un piano di stimolo fiscale pre-elettorale).

La settimana più intensa del mese per il flusso di dati macroeconomici ha in realtà confermato il quadro di crescita globale relativamente elevata ma non più in accelerazione emerso già nei mesi precedenti. Il dato sul PIL del primo trimestre dell’Eurozona, a +0,4% trimestrale da +0,7% dei trimestri precedenti, è in linea con la debolezza dagli altri indicatori già disponibili nelle settimane precedenti, ma i PMI di aprile sono compatibili con una stabilizzazione dopo il forte ripiegamento dei primi tre mesi dell’anno. Negli USA il report sul mercato del lavoro di aprile conferma che l’economia USA non è lontana da una condizione di surriscaldamento, con il ritmo medio mensile di crescita delle nuove buste paga non agricole intorno a 200.000 unità negli ultimi 3 mesi, ben oltre i 100.000 compatibili con la piena occupazione; inoltre il tasso di disoccupazione è finalmente sceso sotto il 4% dopo essere rimasto al 4,1% per 6 mesi. I dati sull’inflazione sulle due sponde dell’Atlantico sono in linea con la retorica recente delle rispettive Banche Centrali: la Fed ha riconosciuto il raggiungimento del target di inflazione al 2% ma, introducendo il concetto di “simmetria” intorno ad esso, non sembra intenzionata a spingere i mercati a prezzare un inasprimento del ciclo di rialzo dei tassi; l’inflazione dell’Eurozona in aprile ha invece ampiamente deluso le attese (benché siano probabilmente al lavoro fattori temporanei), in linea con la retorica relativamente più accomodante della BCE.

 

 

 

 

 

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