Il punto sui mercati

 La stabilizzazione dei mercati finanziari è continuata anche nell’ultima settimana, con gli investitori impegnati a valutare le conseguenze del convulso   flusso   di   notizie   gepolitiche   (rapporti  commerciali  USA-Cina, relazioni diplomatiche Occidente-Russia, crisi in Siria, indagini sul Russiagate). L’assenza di novità sul fronte macroeconomico, l’attesa per l’avvio della stagione delle trimestrali USA ed il fatto che sul fronte USA-Cina abbia regnato la calma, dopo le dichiarazioni concilianti del Presidente Xi Jinping, sono stati probabilmente determinanti nel favorire la ripresa degli asset rischiosi. Così i mercati azionari hanno generalmente recuperato terreno, con l’S&P 500 tornato in territorio positivo da inizio anno, l’indice VIX della sua volatilità implicita nuovamente nella parte bassa del range 15/25 prevalente dopo la correzione di febbraio ed il ritorno della sovraperformance dei settori ciclici. Gli spread di credito si sono contratti mentre i rendimenti obbligazionari governativi sono tornati a salire (in particolare negli USA). Alcuni asset tuttavia continuano ad esibire elevati premi per il rischio politico che riflettono specifiche situazioni idiosincratiche, come la volatilità della valute Emergenti (grazie principalmente alla debolezza di rublo russo e lira turca) o il rally di petrolio e alluminio.

E’ evidente che i mercati finanziari hanno abbandonato la compiacenza sul rischio geopolitico che ha caratterizzato gran parte del 2017 e che l’imprevedibilità delle decisioni politiche della Presidenza USA è altamente destabilizzante, ma a giudicare dall’andamento della scorsa settimana, il responso degli investitori agli ultimi eventi sembra essere che si tratti di problematiche già note (come il Russiagate), oppure che la soglia per un’ulteriore escalation è troppo alta da essere raggiunta rapidamente (come nel caso della Siria) o che le conseguenze per lo scenario macroeconomico siano modeste (come per la crisi dei rapporti con la Russia e ancora la Siria). L’eccezione ovviamente è rappresentata dal rischio di guerra commerciale tra USA e Cina, l’unico evento che ha il potenziale di creare uno shock macroeconomico negativo a livello globale, ma su questo fronte l’interpretazione generale rimane che la retorica più aggressiva registrata fino alla scorsa settimana sia dovuta al tentativo delle parti in causa di rafforzare la propria posizione in vista di estesi negoziati.

I mercati sono anche confortati dal fatto che al momento la tensione geopolitica non sembra aver intaccato in modo significativo gli indicatori di attività economica e che lo scenario macroeconomico sia rimasto relativamente stabile nei primi mesi del 2018. In linea con le attese, l’economia della Cina ha continuato a crescere ad un ritmo elevato nel primo trimestre (+6,8% su base annua), creando la possibilità che il target governativo del 6,5% per l’intero 2018 sia troppo conservativo. Negli USA la crescita  del  primo  trimestre  molto  probabilmente non  supererà  il  ritmo annuo del 2%, principalmente per la debolezza della spesa per consumi, ma è attesa recuperare rapidamente dal trimestre successivo con i pieni effetti dello stimolo fiscale ed il venir meno di fattori temporanei. Anche se le sorprese positive sugli indicatori macroeconomici si sono attenuate a livello globale nelle ultime settimane, l’Europa ha ampiamente sottoperformato (peraltro arrivando da livelli estremamente elevati), ma vi sono segnali che almeno una parte della recente debolezza sia temporanea. Sul fronte dell’inflazione, gli indici dei prezzi usciti negli USA hanno confermato che, per quanto le pressioni inflazionistiche siano in aumento, sono ben lontane dal crescere fuori controllo. Le minute degli ultimi vertici della Fed e della BCE, pubblicate  la   scorsa   settimana,  hanno  sostanzialmente  confermato  lo scenario macro e di politica monetaria, con la Fed propensa a continuare sul percorso di rialzo dei tassi (altri due da 25 bp nel 2018, in linea con quanto prezzato dai mercati) e la BCE relativamente più cauta.

La prospettiva di una solida stagione delle trimestrali USA ha rappresentato una delle ancore principali dei mercati azionari nel corso della correzione di febbraio e della turbolenza dei due mesi seguenti, anche perché in parte giustificava la tesi che le valutazioni dell’equity (soprattutto USA) fossero tornare attraenti. Per il primo trimestre il consenso è posizionato su un tasso di crescita su base annua degli utili per azione dell’S&P 500 intorno al 18%, che può facilmente superare il 20% considerando che mediamente gli utili effettivi sono del 3% superiori alle stime.

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