Il punto sui mercati

 Il ritorno della “Trumpflation” ed il flusso positivo di dati macroeconomici hanno continuato a guidare i mercati finanziari per gran parte della scorsa settimana, con la prosecuzione dei trend più recenti: nuovi massimi per l’S&P 500 (assoluti) e Nikkei (relativi), sovraperformance dei settori più ciclici e del bancario, aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, apprezzamento del US$, metalli industriali al rialzo e metalli preziosi al ribasso. La dinamica del petrolio si è invece sganciata dagli altri mercati seguendo le sue vicende idiosincratiche. L’indice Vix, che riflette la volatilità implicita del mercato azionario USA, ha continuato quasi ininterrottamente il suo trend calante con una serie di 8 sedute consecutive sotto quota 10, fino a quando l’accumularsi di stress geopolitico intorno al weekend su multipli fronti (Trump, Turchia, Iran, Spagna) e la difficile interpretazione del report del mercato del lavoro americano per il mese di settembre hanno indotto prese di beneficio, che sembrano tuttavia già venute meno all’inizio della settimana corrente. Terminata la parte più intensa del mese per la pubblicazione dei dati macroeconomici, i prossimi catalizzatori per i mercati saranno probabilmente il dato sull’inflazione USA di settembre in uscita venerdì e l’inizio della stagione delle trimestrali americane.

 

  • La batteria di indici PMI dei servizi nei principali Paesi ha confermato il messaggio dei PMI manifatturieri di crescita economica solida a livello globale, oltre il 3% su base annua, nel terzo trimestre, seppur in rallentamento rispetto al ritmo superiore al 4% del secondo trimestre. L’attenzione è stata tuttavia concentrata sugli USA. In linea con le previsioni, il report sul mercato del lavoro per il mese di settembre mostra chiare distorsioni legate alle catastrofi naturali, in particolare sulla creazione di nuove buste paga non agricole, ma unendo altri suoi elementi, come la discesa del tasso di disoccupazione, con l’andamento delle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione (che già sta riassorbendo le distorsioni degli uragani), emerge un quadro di persistente solidità del mercato del lavoro americano, con crescenti pressioni salariali. Combinando i valori altissimi degli indici ISM di fiducia delle imprese (che sembrano quasi indicare un surriscaldamento dell’economia) con la situazione del mercato del lavoro e gli altri dati positivi di economia reale appena pubblicati (come le vendite di auto e la spesa per beni capitali), la possibilità che la crescita USA nel terzo trimestre sia superiore alle attese sembra concreta. Gli sviluppi sul fronte macroeconomico e fiscale sono in linea con la retorica della Fed, che rimane coerente con un rialzo dei tassi a dicembre, ormai scontato con una probabilità di circa l’80% dal mercato obbligazionario.

 

  • Anche se la retorica politica a Washington tra Casa Bianca e Partito Repubblicano non è particolarmente amichevole (e ancor meno quella a livello di politica estera), la rotazione del premio per il rischio politico dagli USA all’Europa trova pieno sostegno nel recente flusso di eventi del Vecchio Continente. In Germania l’incertezza sulla formazione del nuovo Governo è destinata a prolungarsi fino a dicembre, anche a causa delle elezioni regionali in Bassa Sassonia di questo mese, ma per quanto lunghi i negoziati possano essere, è improbabile che creino tensioni sui mercati, poiché la politica economica non dovrebbe subire grandi variazioni. La Spagna, invece, è certamente al centro dell’attenzione degli investitori, considerando i modi imprevedibili in cui la situazione della Catalogna può evolvere. I mercati continuano a sposare la linea di conseguenze temporanee e localizzate, ma difficilmente rimarranno indifferenti nello scenario più negativo di proclamazione unilaterale di indipendenza, cui il Governo di Madrid risponderebbe verosimilmente con la forza. In Gran Bretagna, infine, il Congresso del Partito 

    Conservatore è stato particolarmente negativo per il Primo Ministro Theresa May, la cui leadership è stata ufficialmente contestata. Senza capitale politico da spendere in patria, è improbabile che il Governo possa conseguire risultati apprezzabili a breve termine sul fronte della Brexit, dove la posizione negoziale unitaria e solida dell’Unione Europea si sta rivelando inaspettatamente vincente. La sterlina è stata la vittima principale della debacle politica di Theresa May, cedendo gran parte dell’apprezzamento seguito al cambio di linea di politica monetaria della Bank of England

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