Il punto sui mercati

 Nell’ultima settimana i mercati finanziari sono rimasti complessivamente stabili, con l’equity ed i titoli di Stato governativi intorno ai massimi da inizio anno e la volatilità azionaria, obbligazionaria e valutaria i particolare l’indice VIX della volatilità implicita delle opzioni sull’S&P 500 è tornato brevemente sotto 10, una soglia psicologica e storica importante).  Le uniche aree di debolezza si riscontrano nel credito corporate high yield e tra gli asset dei Paesi Emergenti ma limitatamente ai segmenti di mercato più esposti all’andamento del prezzo del petrolio, che ha testato il minimo da novembre dello scorso anno.

Lo scenario macroeconomico e di mercato non ha pertanto subito variazioni significative, ma sono emerse o stanno emergendo alcune dinamiche che meritano attenzione per i mesi estivi, quando tradizionalmente la liquidità è più rarefatta, la volatilità tende ad aumentare ed i trend ad invertirsi o ad accelerare, se si presentano i giusti catalizzatori.

  • I meeting e le comunicazioni delle principali Banche Centrali sembrano confermare che uno spostamento della linea di politica monetaria in senso meno accomodante è in corso nei Paesi Sviluppati: Norvegia e Nuova Zelanda si sono unite nella scorsa settimana, mentre la retorica della Bank of England si sta facendo confusa, riflettendo probabilmente un dibattito in corso. In particolare, sia la Fed che la BCE sembrano considerare temporanea la recente debolezza dell’inflazione, concentrando l’attenzione sullo smaltimento dell’eccesso di capacità produttiva nelle economie, riassunto dall’andamento del mercato del lavoro. Negli USA il tasso di disoccupazione è già ampiamente sotto il altre occasioni, questa situazione rende particolarmente vulnerabile il reddito fisso governativo, i cui rendimenti negli USA ed in Germania sono stati schiacciati dai dati inferiori alle attese sull’inflazione negli ultimi 3 mesi a dispetto della retorica meno accomodante delle Banche Centrali. A meno di sorprese negative sui dati macroeconomici che non sembrano all’orizzonte, un cambio di trend per i rendimenti governativi è sempre più probabile.
  • Il prezzo del petrolio è sceso ai minimi dall’accordo OPEC di novembre dello scorso anno, sui timori che i tagli alla produzione OPEC e non OPEC possano essere più che compensati dall’aumento della produzione in altri Paesi, in particolare negli USA. Nell’ultima settimana, tuttavia, sono emersi i primi segnali di stress finanziario tra i produttori USA, che potrebbero essere propedeutici al rallentamento dell’attività estrattiva. Inoltre, a seguito del cambio della linea di successione al trono, l’Arabia Saudita ha un nuovo principe ereditario percepito come un “falco” di politica estera, soprattutto nei confronti dell’Iran, creando il potenziale per nuove tensioni nell’area. L’andamento del petrolio ha fortemente condizionato il mercato obbligazionario, spingendo al ribasso le aspettative di inflazione, ma le condizioni per una stabilizzazione delle quotazioni almeno intorno a 40 US$/barile sembrano all’orizzonte.
  • Qualcosa si muove a Washington? La politica USA è stata fonte di delusioni per chi si aspettava importanti cambiamenti di politica economica, dal momento che l’Amministrazione Trump è totalmente imprevedibile e l’assenza di coesione tra i Repubblicani sta paralizzando
  • l’attività del Governo. Con l’avvicinarsi della chiusura estiva del Congresso, tuttavia, lo scoglio della riforma sanitaria che sta assorbendo tutte le energie politiche dovrebbe essere superato in un modo o nell’altro e la Presidenza Trump potrebbe cogliere l’occasione della recente parziale approvazione della Corte Suprema per il bando sull’immigrazione da 6 Paesi musulmani per spingere su nuove proposte più rilevanti economicamente. La probabilità che la “Trumpflation” possa riemergere nel corso dell’estate, pertanto, non è così remota.
  • In Europa i potenziali catalizzatori negativi continuano ad allontanarsi. Dai primi negoziati sulla Brexit sembra emergere la possibilità che la posizione britannica possa essere meno rigida del previsto, aumentando la probabilità che il percorso si concluda con una “soft Brexit” decisamente preferibile per gli investitori. In Italia il ritorno del centrodestra nelle elezioni locali, anche se non riduce totalmente il rischio di elezioni anticipate, aumenta tuttavia la possibilità che una coalizione più “market friendly” possa comunque emergere dalle elezioni nazionali. Inoltre, con la sistemazione delle banche venete, che segue quella del Monte dei Paschi, la fase più complicata della ristrutturazione del sistema bancario italiano dovrebbe essere passata, contribuendo ulteriormente a ridurre il premio per il rischio Paese.

 

 

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