Il punto sui mercati

 Il discorso di Trump alo Congresso, seppur privo di dettagli, ha portato ad una pausa sulle speculazioni in merito alle future mosse di politica economica e complici anche i diversi interventi dei membri della

FED, l’attenzione dei mercati si è spostata sulla politica monetaria.

Il passaggio più importante lo si è avuto venerdì con un intervento della Yellen a Chicago sull’economic outlook, in occasione del quale la Presidente della FED ha lasciato intendere che nel FOMC del prossimo 15 marzo si procederà con il rialzo dei tassi di interesse. La probabilità di rialzo implicita nei futures sui FED Funds si è portata al 98%, dopo che era già salita sensibilmente nei giorni precedenti in occasione delle dichiarazioni dei vari membri della FED; a meno che i dati sul mercato del lavoro di venerdì prossimo siano sorprendentemente negativi, il rialzo dei tassi è praticamente una certezza.

La Yellen ha anche aggiunto che considerato quanto la FED sia ormai vicina agli obiettivi del suo mandato, in assenza di nuovi sviluppi che deteriorino l’outlook economico, il processo di rientro dalle politiche accomodanti non sarà lento come nel 2015 e nel 2016 (anche se ha ancora una volta ribadito che il percorso sarà graduale).

La reazione dei mercati ed in particolare di Wall Street alle parole della Yellen ha evidenziato un po’ di incertezza: in una prima fase ha prevalso l’impatto positivo sul settore bancario e sui comparti ciclici, a cui sono però seguite alcune prese di beneficio.

D’altra parte, l’accelerazione della FED sul percorso di rialzo dei tassi rende ancora più critica la variabile della velocità di espansione dei profitti aziendali: come abbiamo già più volte sottolineato, in un contesto di rientro dalla politica monetaria accomodante non vi dovrebbe essere spazio per l’espansione dei multipli valutativi, soprattutto se le valutazioni fondamentali si collocano già su livelli impegnativi, e di conseguenza per le prospettive del mercato azionario diventa determinante la crescita degli utili.

Proprio per questo motivo nelle prossime settimane saranno destinate a tornare sotto i riflettori le politiche economiche di Trump: secondo le nostre valutazioni le attuali quotazioni di L’attenzione è ovviamente concentrata soprattutto sulla riforma fiscale considerato che da un lato lo stesso Trump ha alzato molto le attese (parlando di un intervento fenomenale), dall’altro sinora non è stato fornito alcun dettaglio sul tipo di intervento.

Su questo fronte un elemento di incertezza in più potrebbe derivare dall’introduzione del cosiddetto “border tax adjustment”: secondo alcuni analisti Trump starebbe andando nella direzione di Paul Ryan e dei repubblicani della Camera che puntano a tagli significativi delle tasse finanziati appunto attraverso il “border tax adjustment”.

Secondo le ipotesi sinora circolate il “border tax adjustment” dovrebbe prevedere la non deducibilità del costo dei beni importati (di fatto tassando le importazioni per un ammontare pari al tax rate aziendale) e l’esenzione dei ricavi derivanti da esportazioni.

E’ evidente che l’introduzione di un meccanismo di questo tipo renderebbe la riforma decisamente più complessa, soprattutto diventerebbe più complicato valutarne gli effetti complessivi: l’impatto della riforma fiscale sarebbe molto differente a seconda delle aziende e/o dei comparti di attività, così come vi sarebbe incertezza su alcuni aspetti di carattere macroeconomico (in primis sul Dollaro e sui consumi).

Sul fronte europeo, le buone indicazioni dall’economia (gli indici PMI si sono confermati sul livelli elevati) sembrano ben contrastare le incertezze sul fronte politico, come è emerso anche dalla recente rilevazione del Sentix Investor Confidence che ha fatto segnare nuovi massimi dall’inizio della crisi.  Le vicende politiche sono comunque destinate a continuare a pesare, con l’attenzione ancora tutta rivolta alle presidenziali francesi: per quanto tutti i sondaggi continuino a dare Marine Le Pen perdente al secondo turno, il livello di incertezza resta piuttosto elevato, anche perché Francois Fillon, il candidato della destra moderata in difficoltà per alcuni scandali, ha escluso il ritiro (nello scorso fine settimana aveva preso piede la possibilità di una sua sostituzione con l’ex Primo Ministro, Alain Juppé).

Ad alimentare la volatilità sui mercati europei ci pensa poi il settore bancario: a questo riguardo, se le banche italiane restano l’elemento di principale attenzione, anche al di fuori del nostro paese non mancano gli elementi di criticità, come conferma l’annuncio dell’ennesimo piano di rafforzamento da parte di Deutsche Bank, che tra le altre misure prevede un aumento di capitale da 8 mld.

Se molte asset class sembrano entrate in una fase di scarsa direzionalità, lo scenario sopra descritto sembra invece evidenziare numerosi elementi in evoluzione su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Sui mercati il momentum non ha fornito segnali di deterioramento (anzi sulle Borse europee è anche migliorato), ma l’impressione è che la positività di fondo in alcuni casi nasconda anche un po’ di confusione nel valutare l’evoluzione delle variabili in gioco.

 

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