I nuovi profitti

STEFANIA ZOLOTTI 

In principio era il bilancio e il bilancio era presso le aziende e il bilancio era l’azienda.

Spero di non irritare nessuno nel prendere in prestito parole tanto celebri dal Vangelo di Giovanni per imbastire pensieri, parole, opere e omissioni intorno alla tanto chiacchierata sostenibilità o etica o responsabilità sociale di impresa.

Le uso volutamente in fila per ricordare con quanta leggerezza le pronunciamo come fossero sinonimi – non lo sono affatto – e per rievocare in testa il suono che fanno ogni volta che le imprese ci si appoggiano come a certe mensole cariche oltre misura. Anche le parole reggono un peso connaturato alla propria natura, nulla di più, e non è mica giusto caricarle di responsabilità che a loro non spetterebbero. Le aziende ci si appoggiano costantemente. Quelle tre o quattro parole passe-partout vengono portate ogni giorno in mezzo ai corridoi e agli uffici, sbattute sulle pagine dei giornali per titolare ad effetto, abusate a voce dalle riunioni fino ai convegni di facciata.

Per questa uscita di Senza Filtro dedicata ai nuovi profitti ci siamo dati una regola ferrea nell’editing degli articoli: eliminare ogni riferimento sia a Greta Thunberg che al Business Roundtable dello scorso agosto, e giuro che ce ne erano in abbondanza. Perché? Perché siamo risparmiatori di energie per antonomasia e rischiamo l’assuefazione alle tendenze, atrofizziamo la nostra capacità innata di conoscere altro, di capire e confrontarci per farci un’idea delle cose che ci accadono intorno. Se guardiamo solo ai modelli, i modelli prima ci ingannano e poi ci immobilizzano.

Proprio perché esistono le scale di grigio a confortare sul fatto che il bianco e il nero possono trovare un accordo, il campo va subito sgombrato da un dubbio pruriginoso: lavoriamo tutti anche per guadagnare. Anche è un avverbio pieno di valenza in un contesto come questo, non è esaustivo, non è consolatorio, non è arido.

Il profitto soffre, malato di solitudine per come gli viene tuttora attribuita la esclusiva finalità del fare. 

A fine settembre si è svolto ad Amsterdam il B Corp Summit 2019, oltre 700 presenze di valore da 23 paesi europei per fare il punto: noi abbiamo seguito l’appuntamento a distanza grazie allo staff di Nativa, la prima B Corp italiana con cui abbiamo anche costruito una parte di questo numero intercettando proprio da quelle giornate il senso dell’attualità e della trasformazione di una cultura manageriale e di impresa. Il grazie della redazione è per loro.

Tra le ultime segnalazioni anche il recentissimo ingresso di The Guardian, primo gruppo mediatico certificato al mondo che lascia immaginare quanta forza di propagazione del modello potranno mettere in gioco grazie agli strumenti di un progetto editoriale come il loro.

Le resistenze non mancano perché fidarsi dell’intangibile non è da tutti: l’errore di fondo è stato credere finora che un beneficio condiviso non portasse vantaggi collettivi.

Eravamo partiti dai bilanci, che poi negli anni si sono fatti bilanci sociali per sembrare meno egoisti. Indubbiamente sono stati il primo volano per chi cercasse una strada utile ad esprimere verso l’esterno la nuova catena di valori aziendali che si era fatta matura all’interno: molti hanno bluffato e bluffano ancora, parecchi ci credevano prima e adesso ci investono di più, pochi vantano il merito di aver coniugato intuizione, spirito sociale e coerenza.

Non farsi smentire è l’occasione di crescita più matura che si possa augurare a un’azienda. 

Il profitto non ha altra memoria se non quella di essere stato tenacemente messo dentro un numero: dentro i numeri, però, le persone non ci vogliono più stare, si sono stancate di fare le comparse, hanno cominciato a non vedere più di buon occhio tutti quei numeri, solo numeri, che fanno sempre da controfigura. Chi contribuisce ai bilanci di un’azienda reclama un valore e pretende che venga dichiarato, reso visibile. I nuovi profitti hanno un linguaggio più schietto perché non abdicano più alla rigidità della forma e del dare-avere, usano le parole dell’essere; i nuovi profitti riconoscono come interlocutori tutti i protagonisti della catena. Con i nuovi modelli societari l’impatto si misura verso tutti i soggetti coinvolti e non soltanto verso gli stakeholder sempre antipatici da pronunciare in inglese e altrettanto insidiosi quando tradotti in italiano: cosa succede in azienda va raccontato soprattuto a chi ci lavora e ogni giorno ci mette del suo. Anche quello che si guadagna va messo in mezzo.

Sono uscite le linee guida delle B Corp nel Terzo Settore, là dove chi ci lavora fa i conti ogni giorno col senso di colpa latente e diffuso del farsi pagare. Lavorare anima e corpo e sentirsi volontari: ma perché è ancora tanto difficile accettare da dentro il fatto di appartenere a vere e proprie aziende – anche se si chiamano associazioni – e che, per prime, avrebbero bisogno di organizzarsi come fossero imprese senza percepirsi nella perenne incertezza di “fare altro”? Di esempi simili è piena l’Italia. La nostra società del lavoro mostra lati poco maturi di fronte all’inganno del guadagno e si lascia trascinare dalla corrente delle ipocrisie, nel bene e nel male.

Il primo problema è che le nostre aziende sono soggetti pesanti mentre il mercato non può più esonerasi da leggerezza e levità, quest’ultima urgente per aggiungere un po’ di grazia al fare.

Il secondo sta nel continuare a concepirsi come pezzi a se stanti rispetto ai contesti in cui siamo immersi: l’errore parte dai singoli, arriva alle imprese, taglia la società, castra le relazioni, disturba i profitti.

Abbiamo fatto venire la febbre alle parole figlie della sostenibilità e ogni febbre è una buona occasione perché slatentizza un sintomo. Il sintomo è che le imprese vecchio stampo stanno male ma non sanno come spiegarlo. Esistono parole nuove, adatte ad esprimere stili evoluti di impresa e di persone. 

Let it B. Verrebbe da dirlo, se non l’avessero già detto.

Da Senzafiltro

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