Guerra dei sessi alla Fed

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New York. “Se volete davvero capire cosa sta succedendo, l’austriaco che dovete leggere non è Friedrich Hayek o Ludwig von Mises, ma Sigmund Freud”.

Così Paul Krugman sintetizza l’inevitabile slittamento della guerra per la successione di Ben Bernanke alla Fed dal campo infallibile e rigoroso delle teorie economiche allo psicodramma da guerra dei sessi;

inevitabile perché la candidatura che cresce è quella femminile di Janet Yellen, numero due di Bernanke, mentre dall’altra parte della barricata c’è Larry Summers, le cui credenziali accademiche e governative svaniscono di fronte alla citazione improvvida che gli ha strappato via la presidenza di Harvard. Da quando ha detto che le donne hanno “diverse disponibilità attitudinali verso la scienza” rispetto agli uomini l’ultimo segretario del Tesoro di Clinton è diventato l’ipostasi del sessismo più volgare, peccato che nel milieu culturale di Harvard equivale a “insultare Maometto alla Mecca”, come scrive il Wall Street Journal.

La battaglia innervata di presunte discriminazioni di genere con la collega Christina Romer non ha fatto che consolidare lo sdegno da quote rosa che a cavallo dei due mandati ha rischiato di ferire anche un Obama inizialmente timido nell’infoltire di presenze femminili la nuova squadra di governo.

Il presidente si è pulito la coscienza con un secondo round di nomine che abbracciano il consigliere per la Sicurezza nazionale, Susan Rice, e l’ambasciatrice all’Onu, Samantha Power, e l’ipotesi di completare l’opera nelle prossime settimane (ma più probabilmente la decisione sarà rimandata a settembre) nominando una donna in una posizione decisiva per l’andamento dell’economia e influente nell’ottica delle elezioni del 2016 è un’occasione ghiotta per realizzare una manovra definitiva in termini di “gender politics”.

C’è chi sostiene, come Krugman, che quella che si è posata sul dibattito è soltanto una cortina fumogena rosa: conta la preparazione, il pedigree, il merito, la solidità delle teorie economiche, doti che abbondano in Yellen, già magnificata dal premio Nobel quando è stata elevata sul secondo gradino della Fed, nel 2010, tutto il resto è psicopatologia freudiana.

E’ una vita che Krugman lancia strali contro le ingerenze dell’irrazionalità nel campo esatto della scienza econonomica, siano queste di natura moralistico-merkeliana o sessista-summersiana, e a ogni buon conto Yellen va scelta, dice, perché sta dalla parte giusta della scienza. E’ una colomba docile con le intrusioni della Banca centrale nell’economia, un’antirigorista ortodossa che sa bene che la cura del debito è altro debito. Ma le possessioni da teoria del gender sono più forti dei lacci della razionalità, e così il New York Times si è trovato sommerso da lettere di protesta dopo che ha pubblicato un articolo sullo scontro fra Summers e Yellen che non enfatizzava a sufficienza la guerra di genere sottesa.

L’immagine delle “California girls contro i Rubin boys” non era abbastanza potente per soddisfare la sete liberal di lettori che vedono il mondo attraverso la lente del genere, bisognava in qualche modo portare in superficie l’implicita sintesi della contesa, quella del maschio prevaricatore che si frappone all’emancipazione della femmina laureata.

Ecco servito il cortocircuito fra politica monetaria e quote rosa sul futuro della Fed.

Il New York Times ha aumentato la posta, questa volta dalla pagina degli editoriali, con un convinto endorsement di Yellen motivato innanzitutto dalla sua indipendenza dalla gang guidata da Robert Rubin, manovrata dal clan dei Clinton e particolarmente affezionata ai lucrativi incarichi che Citibank generosamente offre negli intervalli fra un ruolo politico e l’altro (fanno parte della banda i vari Geithner, Orszag, Froman, Lew e molti altri); ma allo sdegno per le affiliazioni clintoniane – peraltro curioso per un giornale che ha sguazzato nella deregolamentazione di Wall Street fatta da Rubin in anni di vacche grasse – aggiunge l’elemento sessuale: quella degli economisti clintoniani è una “fraternity”, un club per soli uomini, l’opposto esatto della “sorority”, dunque Yellen non può farne parte. Per questo Obama deve nominarla.

Così cresce quello che il Wall Street Journal chiama il “circo della Fed”, uno psicodramma da quote rosa che finisce per ignorare “il vero problema: né Yellen né Summers sembrano intenzionati a fare quello che il prossimo capo della Fed dovrebbe avere come priorità: riportare l’indipendenza della Banca centrale interrompendo gli interventi post crisi e concentrandosi sulla stabilità dei prezzi”.

da Il Foglio

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