Grecia e mercati alla prova del possibile ‘Pandora effect’

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L’ANALISI: Dietro alla crisi ellenica c’è ben più di un possibile default sul debito o delle banche e del ‘Grexit’

La moltitudine di attori coinvolti evidenzia l’importanza sistemica e geopolitica di Atene

La tragedia greca sembra riservare fino all’atto conclusivo un phatos crescente ed a pochi giorni dalla fatidica data del 30 giugno, ovvero della scadenza di 1,6 miliardi di euro che la Grecia deve al Fondo Monetario Internazionale. , è capace di lasciare tutti gli spettatori con il fiato sospeso. Nell’ultima settimana vi è stato infatti un susseguirsi di incontri, di proposte e controproposte tra Atene e le cosiddette “istituzioni” (l’ex Troika) per trovare una soluzione che potesse quantomeno salvare la faccia di molti e comprare ulteriore tempo per trovare una soluzione ad un debito oggettivamente impagabile alle attuali condizioni. La “generosa offerta”, come dichiarato dalla Merkel, per oltre 15 miliardi in cambio del consueto “pacchetto di riforme” ed in grado di tenere in vita per altri 5 mesi il paese o quantomeno far scavallare questa scadenza e buona parte dei prossimi importanti rimborsi, è stata respinta al mittente da Tsipras.

E’ PUNTO DI SVOLTA

Il premier greco ha quindi deciso di giocare la sua ultima mano con la chiamata del popolo greco al referendum del 5 luglio e questo perché davanti ad un’opzione che non perseguiva quanto affidatogli dal suo mandato elettorale, ovvero un radicale cambio nella politica di austerità, lo esponeva ad un logoramento non più sostenibile dal suo governo dopo mesi di inconcludenti trattative e scadenze finanziarie insormontabili. La scelta di un referendum sull’accettazione o meno di tale piano e dunque di tali politiche, rappresenterà nel suo esito finale un pivot potenzialmente storico per la Grecia e per la geopolitica globale, salvo ulteriori ed ultimi colpi di scena. Svolte impreviste o imprevedibili di cui il paese ellenico ha già dato prova nel recente passato, come nel caso dell’ex primo ministro Papandreu, ovvero quando nell’ottobre 2011, l’allora premier paventò un’analoga decisione e pochi giorni dopo fu costretto a dimettersi in seguito ad una rivolta interna al suo partito che poi catapultò il vice-presidente BCE, Lucas Papademos, a prendere il controllo della Grecia oppure e più indietro nel tempo, con cambi drammatici quale fu il golpe dei colonnelli nel 1967.

SCELTE GEOPOLITICHE

Tali eventi denotano la delicata collocazione geopolitica del Paese nello scacchiere internazionale e chi crede che sia solo un problema di debito dovrebbe quantomeno porsi alcune domande sul perché su tale questione non siano solo i debitori ed i creditori i protagonisti principali, bensì altri attori quali USA, Russia e non ultima la Cina con la sua apertura a non specificati e possibili aiuti, come affermato dal viceministro degli Esteri, Wang Chao. Se la tragedia greca dura da così tanto tempo, non è la portata del problema ad essere in discussione bensì altro, a maggior ragione se considerato che dei tre membri della troika, l’FMI è quello più ideologicamente esigente nelle sue richieste, seppur pesi poco più di 20 miliardi del debito complessivo, ovvero neppure 15 giorni di stampa monetaria con l’attuale QE della BCE. Un FMI che peraltro utilizza “stranamente” due pesi e due misure nella vicenda greca ed in quella Ucraina.

USA DIETRO LE QUINTE

Come a tutti noto, l’Europa è il più importante alleato degli Stati Uniti nel mondo, non solo in ambito militare con la NATO ma anche in ambito economico, ovvero in quel contesto che diverrà strategico e vitale per gli USA, se vorranno contenere la crisi finanziaria prossima ventura. La ‘way out’ americana risiede infatti nel trattato di libero scambio con la UE, il famigerato TTIP, ovvero la creazione di un mercato unico che vedrà saldati USA ed UE in un blocco che varrà il 60% del Pil mondiale. Un qualcosa di così strategico che lo stesso dipartimento degli affari economici americano ha recentemente definito di valenza politica altamente simbolica e che è importante in un momento storico come questo. Un’importanza tale da far passare proprio settimana scorsa e d’urgenza la ‘Trade Promotion Authority’, una corsia veloce che permette al presidente Obama di gestire i negoziati in maniera autonoma e indipendente con l’Europa. Un fatto questo che accelera di molto la procedura e consente potenzialmente un accordo prima che la campagna presidenziale possa bloccare o quantomeno rallentare tale iter, nonché può agevolare una chiusura con la commissione europea prima che la stessa sia troppo occupata in altre problematiche dell’UE, vedi ‘Grexit’ e sue potenziali ripercussioni.

GRECIA-BRICS-EUROPA-UCRAINA

Se non vi fossero interessi più grandi dietro alla crisi greca, sarebbero già stati chiusi da tempo i rubinetti ma Washington ha probabilmente esercitato pressioni sia sul FMI che sulla cancelliera Merkel, nell’estremo tentativo di tenere compatti euro ed Unione Europea e fino a costo di trattare con uno Tsipras che ha avvallato ad esempio la costruzione del Turkish Stream sul suolo greco, ovvero il “cavallo di Troia” utile alla Russia per rifornire di gas l’Europa, saltando così lo snodo ucraino.

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Tsipras questo lo sa bene e non dovrebbe perciò stupire se nelle ultime settimane si siano intensificati i rapporti con la Russia, come dimostrato anche dalla sua partecipazione al Forum Economico dei BRICS tenuto a San Pietroburgo lo scorso 18 giugno e nel quale verosimilmente si sarà discusso del possibile ingresso della Grecia nella Nuova Banca dello Sviluppo, ovvero il futuro antagonista finanziario del FMI ed il cui prossimo e primo consiglio direttivo della neonata istituzione (ben dotata di mezzi finanziari) sarà il 7 luglio, guarda caso proprio dopo il referendum greco. Una chiamata popolare che ovviamente non rappresenta solo la scelta di accettare o meno la prosecuzione di una terapia i cui risultati positivi, come evidente nel grafico allegato, non sono mai giunti in questi ultimi 5 anni e ciò nonostante che la Grecia sia stato il Paese più diligente al mondo nell’applicare i percorsi di riforma (certificato dall’OCSE), bensì un potenziale crocevia storico per la sopravvivenza dell’euro e dell’unione nell’attuale forma.

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L’effetto domino innescabile da un ‘no’ greco (se non prima e per volontà strumentale di qualcuno), porterebbe la Grecia al bivio di dover adottare una soluzione in stile Cipro, oppure avviare la cosiddetta ‘Grexit’. Questa seconda opzione avrebbe ovviamente conseguenze dirette sull’euro e sull’UE e dunque sul processo di consolidamento del blocco USA-UE, a causa del rischio estremo di fallimento dello stesso progetto europeo nonché di nuovi equilibri geo-politici europei verso l’Est-Asia. In un tale scenario l’Ucraina, seppur uscita dai ‘radar’ dei media mainstream, potrebbe facilmente tornare prepotentemente d’attualità, non fosse altro perché sempre il 30 giugno si terrà un’altro incontro decisivo tra il ministro delle finanze ucraino, l’FMI ed i creditori internazionali (tra cui spiccano la Russia e fondi internazionali quali Templeton) e da quale, in caso di mancato accordo, si materializzerà l’ennesimo spettro di default annunciato a seguito del quasi certo stato di insolvenza previsto al rimborso del 24 luglio. Peccato che lì, oltre al debito insostenibile, vi sia anche una guerra in corso che vede su fronti opposti la Russia ed una UE spinta dagli USA all’embargo economico e potenzialmente dalla NATO verso possibili e non auspicabili escalation militari.

IL VASO DI PANDORA

Una ‘Grexit’ non pone dunque solo un rischio di tipo economico-finanziario per l’Eurozona, bensì un rischio politico in grado di rappresentare su molteplici fronti, il famoso vaso di Pandora. Dal punto di vista prettamente finanziario è innegabile che, nonostante le tante rassicurazioni dell’establishment europeo, si innescherebbe un domino di perdite derivanti dal default, in grado di coinvolgere non solo il debito ma anche i fondi ELA finora elargiti e presi a prestito dalla Bank of Greece per tenere in piedi le banche elleniche. Un evento che obbligherebbe a mettere in campo le garanzie di cui dispongono i diversi paesi dell’eurozona al fine di attutirne il colpo. Uno shock la cui portata per taluni Stati, rappresenterebbe una prova ed un rischio potenzialmente insormontabile ed in ultima analisi non sopportabile dalla Germania nel caso di irreversibile contagio dell’Italia o della Francia (dopo le inevitabili instabilità dei paesi minori).

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Su questi due Paesi si è focalizza nelle ultime settimane e forse non a caso, l’attenzione di testate finanziare del calibro del Financial Times (UK) e del Wall Street Journal (USA) ma come ha detto il ministro delle finanze greco Varoufakis “se la piccola Grecia, per sopravvivere, fa crollare i mercati finanziari mondiali, non può essere colpa nostra” ed è “buffo quanto suoni radicale il concetto che sia il popolo a decidere”. Sarcastiche affermazioni che alla prova delle decisioni che i vari giocatori menzionati adotteranno a partire da oggi, saranno in grado di modificare non solo l’andamento dei mercati finanziari ma a tendere anche la stessa gestione del debito globale nonché gli equilibri geo-politici-economici post crisi.

NOTA BENE: La rubrica sul quotidiano Prima Pagina e rilanciata sul presente blog, riprenderà a settembre ma sarà possibile seguire Rubens Ligabue sulla personale pagina Facebook.

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L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: info@rubensligabue.com

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