Grandi rischi nell’acquisto di Btp a lunga scadenza

rl03062013L’ANALISI E’ indispensabile monitorare la duration del proprio portafoglio obbligazionario

«Raccogliere centesimi davanti ad uno schiacciasassi non è saggio»

 

 

I l comune risparmiatore italiano investe generalmente in titoli obbligazionari ed in particolar modo nei titoli di Stato (BTP & co.) e seppur in modo ormai minore continua ad allocare risparmi anche nelle obbligazioni bancarie, perché a torto o ragione considerati più difensivi rispetto a quelli azionari, seppur ciò non significhi che siano privi di rischio. Un rischio che è diventato noto e ben comprensibile nell’estate-autunno 2011, con il famigerato spread ad oltre 500 punti rispetto al bund tedesco e che fece temere il peggio, ovvero concretizzò in molti la paura del fallimento e della non restituzione dei propri denari. Ma poi, come spesso accade, passata la paura tutto sembra essere ritornato come prima o peggio di prima nelle scelte d’investimento di tanti piccoli risparmiatori ed in particolar modo nell’allocazione dei risparmi a favore dei nostri titoli di Stato, con una predilezione per quelli a lunga o lunghissima scadenza. Seppur passato così poco tempo da quei picchi di panico in cui la gente si rivolgeva ai propri intermediari per vendere tutto e considerare finanche la fuga verso la Svizzera, sembra ora di assistere ad un cambio epocale e quasi alla stregua delle inversioni ad U che i politici fanno prima e dopo le elezioni, in merito alle promesse elettorali. Appare ormai evidente a qualunque intermediario il ritorno degli acquisti a mani basse dei BTP da parte del cosiddetto parco buoi, ovvero da parte di quegli stessi investitori che non volevano comprare i titoli di Stato decennali ad oltre il 7% a fine 2011 e che ad oggi li rincorrono e li strapagano pur di “strappare” rendimenti inferiori al 3% o pur di trovare rendimenti prossimi al 4% si imbracano su scadenze che se realmente mantenute fino alla fine, probabilmente passeranno alla generazione successive di eredi, essendo ormai necessario acquistare scadenze superiori a venti o trent’anni.

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QUALI GIUSTIFICAZIONI Un cambio così eclatante nella psiche dei comuni risparmiatori è possibile spiegarlo sostanzialmente in soli due modi: – da un punto di vista di finanza classica sembrerebbe essere scomparsa totalmente la percezione che il nostro Stato posso fare default o che vi sia la possibilità di ritornare ad un crisi simile o peggiore di quell’estate e ciò nonostante dati di indebitamento non migliorati da allora ad oggi, nonché sembra essere scontato che i tassi rimarranno fermi e stabili per un lunghissimo periodo o addirittura in grado di scendere ulteriormente – da punto di vista della finanza comportamentale appare invece evidente l’esplosione dell’avidità o meglio della necessità di rendimento, dovuta e creata ad arte dalla perdurante politica globale dei tassi a zero e che è finalmente arrivata a provocare anche in Italia una distorsione ed una alterazione nelle normali allocazione dei propri investimenti. La permanente “siccità” di rendimenti negli investimenti a breve termine ha ormai condizionato ed alterato le scelte dei comuni risparmiatori, in quanto li sta portando a tuffarsi su qualunque cosa possa fornire un cedola considerata “alta” rispetto all’attuale contesto di tassi, alla ricerca di flussi cedolari o rendite che possono integrare e supportare la diminuzione o la mancanza di reddito.

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QUALI RISCHI Senza voler eccessivamente rammentare il rischio di credito e di solvibilità del nostro Stato, in quanto non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire che tale rischio è una variabile comunque e naturalmente presente in ogni obbligazione, compreso il nostro debito italiano, è però fondamentale valutare un rischio spesso meno noto e meno considerato dai comuni risparmiatori ovvero il rischio di oscillazione dei prezzi, ovvero quel rischio che spesso fa desistere dai mercati azionari in quanto considerati troppo volatili ma che viene sistematicamente trascurato da coloro che investono in titoli di Stato. Ecco allora che rivedere il grafico, ad esempio del BTP al 2037 con cedola al 4%, può aiutare a ricordarsi come può oscillare velocemente ed intensamente un titolo così a lunga scadenza (-20% in pochi mesi). La reazione di tanti lettori, semmai detentori o acquirenti di tale emissione sarà però quella di dire: “l’Italia non corre più quel rischio, anzi ora sappiamo che lo spread era una bufala, un complotto contro l’Italia” e via dicendo e poi semmai ad aggiungere, come ulteriore giustificazione per una tale scelta d’acquisto: “i titoli io li tengo fino alla scadenza ed un titolo così è la sola soluzione per un tasso interessante”, frasi che nel modo di dire dell’uomo della strada rispecchiano fedelmente i concetti precedentemente esposti ma che preparano tanti risparmiatori a prossime e sonore bastonate. BANCHE E RISPARMIATORI E’ noto a molti che le banche italiane in questi ultimi anni si sono esposte in modo considerevole verso i titoli di Stato grazie al prestito ponte triennale detto LTRO e fatto dalla BCE tra fine 2011 ed inizio 2012, fino a raggiungere ormai la detenzione di un quarto dell’intero stock nazionale di debito pubblico. E su questo dato spesso emergono ulteriori riflessione da parte di quei risparmiatori più “furbetti” e che credono di saperla più lunga degli altri, ovvero che oggi bisogna continuare ad acquistare BTP in quanto si dicono “se lo fanno loro – le banche – allora lo faccio anch’io” e convinti che il gioco possa durare per molto tempo ancora, scommettono su scadenze sempre più lunghe per speculare, con la convinzione di poter uscire prima degli altri. Seppur innegabile che le banche abbiano le tesorerie piene di titoli è però da non scordare che le stesse banche valutano con molta attenzione la cosiddetta duration del loro portafoglio titoli, in quanto ben consapevoli di quali effetti e di quali rischi sono insiti in scadenze medie eccessivamente lunghe. Per capire ciò, può essere utile prendere spunto dalle recenti dichiarazioni di Carlo Messina, ceo di Intesa San Paolo, il quale rispondendo alla domanda di un analista ad una conferenza in cui gli si chiedeva se la banca avesse aumentato la vita media residua del proprio portafoglio in titoli di Stato considerando l’andamento discendente dei rendimenti, ha dichiarato: ”abbiamo aumentato la duration del portafoglio in titoli di Stato da 2,1 a 2,78 anni” aggiungendo poi, quasi a t ranqui l l i zzare, “ma considerate che ben 25 miliardi di titoli di Stato scadono nel corso dell’anno”, come dire, sì stiamo rischiando un pelino di più in termini di allungamento delle scadenza ma siamo ben consapevoli del rischio e non eccediamo con la duration, una valutazione che spesso i comuni risparmiatori neppure considerano o conoscono ma su cui dovrebbero riflettere quantomeno come fanno le banche. LA DURATION Tale indicatore altro non è che la durata finanziaria di un titolo (o, se si tratta di un fondo, della somma di tutti i titoli in portafoglio) e rappresenta la misura più diffusa per valutare il rischio obbligazionario, in quanto incorpora in un unico valore, espresso in anni o giorni, il rendimento, la cedola, la scadenza e le clausole di rimborso anticipato, nonché il grado di sensibilità di un’obbligazione o di un portafoglio alle variazioni dei tassi d’interesse. Il termine generico si riferisce alla duration effettiva, ossia alla variazione approssimativa del prezzo di un titolo al variare di 100 punti base (1%) del suo rendimento. Ad esempio, il prezzo di una obbligazione con duration effettiva pari a 3 anni aumenterà (o diminuirà) del 3% ad ogni diminuzione (o aumento) pari all’1% del suo rendimento e dal momento che i tassi d’interesse influiscono direttamente sui rendimenti obbligazionari, quanto più è lunga la duration di una obbligazione o di un portafoglio obbligazionario, tanto maggiore è la sua sensibilità alle variazioni dei tassi d’interesse. A tale proposito e per aiutare il lettore, riportiamo in allegato una tabella sulla sensibilità dei prezzi di un titolo con rendimento cedolare del 3% su scadenze comprese tra 1 e 30 anni, sia in caso di discesa dei tassi che di salita. Ma considerando il fatto che attualmente i tassi ufficiali sono fermi allo 0,25% e che seppur plausibile ancora un tasso allo 0% o addirittura negativo, è forse il caso di osservare con maggiore attenzione la tabella grafica ed esplicativa delle possibili oscillazioni negative di un tale titolo al crescere dallo 0,5% fino al 2% dei tassi d’interesse. Come sempre in finanza, è buona regola per non perdere soldi, capire la differenza tra ciò che speriamo che accada e ciò che sappiamo che accadrà, a maggior ragione considerando che, nel comprare titoli che scadono tra 10-20 o 30 anni, è irrealistico ipotizzare tassi fermi per così lungo tempo ed è alquanto improbabile che si manterranno nei dossier fino a scadenza. Quando cambierà lo scenario dei tassi o ritornerà un rischio Italia, il gregge come al solito farà quello che è già successo, ovvero dopo aver comprato oggi a prezzi alti venderà a prezzi bassi e perderà più soldi di quanto le attuali cedole potranno compensare nel breve-medio termine fino a dover lasciare tali titoli alle generazioni successive e diventare dei cassettisti forzati. E’ perciò ora di capire che, raccogliere centesimi (i rendimenti minimi raggiunti) davanti ad uno schiacciasassi (rischio rialzo dei tassi o peggio rischio Italia) … potrebbe non essere poi così saggio.

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: info@rubensligabue.com

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