Finalmente il pareggio di bilancio in Costituzione

Il ddl approvato dal Consiglio dei Ministri giovedì otto settembre introduce il principio del pareggio di bilancio come norma costituzionale. Gli articoli della carta del ’48 che dovranno essere modificati sono tre: il numero ottantuno, il cinquantatré e il centodiciannove. La legge avrà rango costituzionale e dovrà essere approvata dalla maggioranza qualificata dei due rami del Parlamento, pena ricorso al referendum popolare. Il commento del ministro Tremonti in seguito alla ratifica del provvedimento da parte del Consiglio dei Ministri è stato entusiasta: (l’obiettivo del pareggio) “non sarà solo un criterio contabile ma un principio ad altissima intensità politica e civile”. Questa volta l’importanza dell’equilibrio dei conti pubblici non poteva essere espressa in modo più sintetico ed incisivo. Dopo la Germania infatti, anche la Spagna ha recentemente approvato la norma costituzionale sul vincolo di bilancio. Ecco allora, finalmente, l’azione del Governo italiano. Il percorso parlamentare del ddl sul pareggio di bilancio sarà certamente intricato. I partiti politici che difendono lo Stato ad elevata spesa tenteranno di orientare la questione del vincolo come un attacco liberista allo Stato sociale. Inoltre, drappelli di economisti di elevata statura manifesteranno il loro diniego di fronte ad una tale restrizione dell’attività di Governo. Secondo le tesi del pensiero economico main stream l’attività di stimolo dell’economia nazionale mediante la spesa pubblica è essenziale per mitigare le fluttuazioni del ciclo economico. Dopo che questi politici ed economisti avranno cordialmente finito di parlare, qualcuno dovrà ricordare loro alcuni fatti concreti. Lo Stato sociale dei nostri tempi è quella costruzione politica che chiede a tutti di pagare le tasse tranne a chi, generalmente un ricco, è nella possibilità di non farlo (gli evasori). Lo Stato sociale chiede a tutti (compresi i poveri) di pagare per i servizi usufruibili da tutti (compresi i ricchi). Inoltre, è lo Stato interventista che deve essere salvato dalla bancarotta, non lo Stato liberale a basso impatto sull’economia. Lo strumento formale dell’azzeramento del deficit annuale assume rilevanza storica in un’epoca in cui le social democrazie europee hanno gonfiato a dismisura la spesa pubblica. Conseguire l’equilibrio tra entrate ed uscite del conto economico dello Stato rappresenta infatti il primo passo nella direzione del risanamento della finanza pubblica italiana. Non solo. Il vincolo di bilancio è un obiettivo politico da perseguire soprattutto in ragione del patto sociale che costituisce l’esistenza stessa di uno Stato nazionale sovrano. Uomini e donne nate in epoche diverse devono potersi identificare in una società civile che persegue fini comuni. Le spese folli di una singola generazione a scapito di quelle che verranno non sono più tollerabili. Questo è ancor più vero se sono i figli a pagare i debiti dei padri. Ciò nonostante, nessuno si illuda che l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione costituisca un meccanismo automatico di risanamento dei conti pubblici italiani. La strada da compiere verso un rientro dei parametri di indebitamento a valori di piena sostenibilità è molto lunga. Di fronte alla montagna del debito pubblico (1,9 trilioni di euro), le tensioni recenti sui paesi europei periferici hanno spinto il rendimento del nostro BTP decennale abbondantemente sopra il cinque per cento. Ipotizzando un costo di finanziamento medio al quattro – cinque per cento il Governo italiano deve spendere almeno ottantacinque miliardi di euro in soli interessi sul debito ogni anno. Cifra imponente se si pensa alle difficoltà e all’eccezionalità con cui è stata varata la manovra di ferragosto da cinquantacinque miliardi, quella per il deficit a zero nel 2013. Dopo che avremmo accettato il vincolo di bilancio come il primo costituente basilare di una seria politica di riordino dei conti pubblici allora potremmo cominciare a discutere di altre due misure urgenti. Stiamo parlando della revisione integrale della spesa (già nota come “spending review”) e del riacquisto del debito emesso per mezzo di una cessione del patrimonio dello Stato. Questo è l’unico percorso che possiamo compiere per evitare un peggioramento insostenibile della nostra finanza pubblica. La possibilità di intraprendere la strada del risanamento potrebbe essere già essere svanita, ma per un ulteriore sforzo verso la giusta meta vogliamo credere che il tempo a disposizione non sia ancora scaduto.

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