Europa: un sogno diventato una gabbia? – Fausto Panunzi

gabbie-salariali-europee Il nuovo libro di Luigi Zingales è una lunga riflessione sul passato e sul futuro dell’euro e dell’economia italiana. Errori di partenza e problemi dovuti a una specializzazione produttiva impermeabile alla rivoluzione delle nuove tecnologie.

 L’ITALIA E L’EURO

L’argomento più importante di cui si dibatte in questa campagna elettorale per le elezioni europee del prossimo 25 maggio è senza dubbio l’euro. Alcuni partiti fanno dell’uscita dalla moneta unica il loro principale punto programmatico. Altri promettono di chiamare gli italiani a decidere sulla questione mediante un referendum. Qualche talk show propone addirittura un settimanale scontro gladiatorio, seppure con armi d’impatto limitato come lavagne e pennarelli, tra esponenti pro o contro l’euro. È perfetto allora il tempismo con cui è stato pubblicato il nuovo libro di Luigi Zingales, “Europa o no. Sogno da realizzare o incubo da cui uscire”. Non è un vezzo dire che l’autore non ha bisogno d’introduzione. Mi limito a ricordare che è l’attuale presidente della prestigiosissima American Finance Association.
Nel libro, Zingales si chiede in primo luogo perché l’Italia sia entrata nell’euro con tanto entusiasmo e senza quasi valutarne le conseguenze. La sua risposta viene dalla storia economica italiana. Il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 che aveva contribuito (assieme alla politica monetaria restrittiva della Fed di Volcker) a sconfiggere l’inflazione, non aveva però dato i risultati sperati in termini di capacità di tenere sotto controllo i conti pubblici. Il debito pubblico italiano passò dall’essere il 56 per cento del Pil nel 1980 al 121 per cento nel 1994. La maggiore responsabilizzazione della classe politica, che avrebbe dovuto discendere dal dover finanziare il debito sul mercato dei capitali, semplicemente non ci fu.
Al contempo, con la liberalizzazione dei capitali del 1987 e con l’adesione allo Sme, l’autonomia della politica monetaria italiana si era in ogni caso ridotta. Legarsi le mani all’albero della moneta unica, beneficiare della credibilità tedesca, che avrebbe indubbiamente permeato le azioni della Bce, sembrava alla classe politica italiana degli anni Novanta la quadratura del cerchio. Una strategia che parve dare i suoi frutti per alcuni anni, con tassi di interesse molto bassi (quello che alcuni chiamano il dividendo dell’euro).
Ma, ricorda Zingales, quel processo di adesione acritico portò ad almeno due errori. Il primo fu quello di non rinegoziare il debito pubblico e quello pensionistico. L’inflazione riduce l’onere reale che grava sul debitore che può pagare in una valuta che nel tempo diventa più “leggera”. Passare dalla lira all’euro aveva l’effetto opposto: rendere molto più pesante il debito pubblico e quello pensionistico, zavorrando l’economia italiana per decenni.
Il secondo errore fu commesso a livello europeo, nella regolamentazione bancaria. Imponendo di considerare i titoli di Stato come privi di rischio, si incoraggiò un perverso legame tra bilanci del settore bancario e del settore pubblico, i cui effetti deleteri si sarebbero manifestati in pieno nella recente crisi. Ma, ci ricorda lo stesso autore, un conto è chiedersi se era opportuno entrare allora nell’euro e un conto è chiedersi se è opportuno uscirne oggi.

USCIRE O NO? UN’ANALISI COSTI-BENEFICI

Zingales cerca di effettuare un’analisi costi-benefici della scelta di restare o uscire dall’euro. E parte ricordando che i costi del restare non sono trascurabili. L’incapacità di usare il meccanismo della svalutazione della moneta rende più lungo e doloroso il processo di riequilibrio dell’economia italiana, prolungando la recessione e portando la disoccupazione a livelli elevatissimi. Per ridare competitività alle economie dei paesi della periferia europea sarebbe importante che il livello dei prezzi della Germania aumentasse più velocemente di quello italiano e spagnolo. L’alternativa è una dolorosissima deflazione nei paesi periferici, prospettiva ormai concreta. Purtroppo, i governanti tedeschi sembrano del tutto refrattari a queste ipotesi e la Germania condiziona pesantemente anche le azioni della Bce, impedendole di attuare le stesse politiche di quantitative easing usate da Fed, Bank of England e Bank of Japan.
In queste pagine, Zingales rende bene l’idea dell’euro come camicia di forza, come qualcosa che ci lega all’albero di una barca che pare stia per affondare, fino a sembrare iscriversi al partito degli euroscettici. Poi si chiede anche quali sarebbero le conseguenze dell’uscita dall’euro e conclude che anche queste comporterebbero costi significativi. Un capitolo del libro ripercorre le vicende dell’Argentina dopo la rottura della parità con il dollaro, ricordando le banche chiuse per giorni, la perdita di valore dei risparmi, la ripresa dell’economia dopo la svalutazione, ma anche la ripresa dell’inflazione e il permanere di tutti i mali cronici dell’economia argentina. Zingales teme che il settore bancario uscirebbe a pezzi dall’abbandono dell’euro, inducendo il salvataggio dello Stato, rafforzando in tal modo l’intreccio tra banche e governi.
Sull’entità di costi e benefici di breve periodo dall’uscita dall’euro, vista l’imprecisione delle stime, è lecito essere in disaccordo, concede l’autore, che allora allunga l’orizzonte della sua analisi e si chiede quale sia il problema di lungo periodo dell’economia italiana. La risposta non è originale e, anzi, assai condivisa: dalla metà degli anni Novanta, l’Italia ha visto arrestarsi la crescita della sua produttività. È questa la vera origine degli attuali squilibri. Ma cosa ha causato il rallentamento della produttività? Vista la simultaneità con il processo di avvicinamento alla moneta unica e con la progressiva perdita di flessibilità del tasso di cambio, una possibilità è che i due fenomeni siano legati. Nel libro Il tramonto dell’euro, volume che contiene l’analisi più puntuale e rigorosa delle argomentazioni euroscettiche, Alberto Bagnai sostiene che sia stato lo shock negativo di domanda causato da un cambio sopravvalutato ad aver compromesso la produttività.Zingales, tuttavia, citando un suo lavoro (al momento purtroppo non disponibile sulla sua pagina web), scarta questa ipotesi e ne propone un’altra. La specializzazione produttiva italiana (sia in termini di settori che di dimensione delle imprese italiana) è stata tale da rendere impossibile o comunque inefficace l’adozione dell’Information and Communication Technology (Ict), che è invece alla base del boom di produttività osservato in altri paesi. Troppe imprese in settori obsoleti oppure esposti alla concorrenza di produttori di paesi emergenti, che godono di incolmabili vantaggi di costo. Troppe piccole imprese, desiderose di restare piccole per rimanere opache al fisco, e quindi incapaci di beneficiare dalle nuove tecnologie. Se questa è la causa della bassa produttività, uscire dall’euro servirebbe a ben poco nel lungo periodo.
Il verdetto di Zingales è che al momento convenga restare nell’euro, cercando di adottare misure come un sussidio di disoccupazione europeo che agisca come meccanismo di trasferimento dai paesi che sono in una fase positiva del ciclo economico verso quelli che invece sono in difficoltà e avere una banca centrale meno ossessionata dai dogmi tedeschi sull’inflazione. Zingales non vedrebbe male uno scenario in cui sia la Germania a uscire dalla moneta unica, ma consiglia di essere pronti a considerare seriamente l’opzione di uscita italiana dall’euro.
Un libro lontano dalla retorica europeista che ha dominato l’informazione negli anni passati, ma che al contempo cerca di mantenere lo sguardo oltre l’orizzonte della campagna elettorale. Come sempre, ho letto con interesse le riflessioni di Zingales, anche se confesso qualche perplessità verso le digressioni storiche e filosofiche di cui il libro è ricco, non sempre utili a sviluppare la tesi principale. Ci sono punti in cui avrei invece preferito maggiore dettaglio. Ad esempio, i tassi d’interesse scesero in tutti i paesi negli anni Novanta e non solo quelli nell’area euro, considerazione che rende complicata la valutazione del cosiddetto dividendo dell’euro. Anche qualche ulteriore riflessione sul ruolo e sugli strumenti che dovrebbe avere la BCE guidata da Draghi sarebbe stata importante. Nel suo libro Zingales considera in modo assolutamente positivo la libertà di movimento di capitali. Eppure alcuni economisti di livello internazionale iniziano a considerare l’opportunità di restringere tale mobilità per rendere meno acute le fasi di crisi. Sul ruolo della struttura produttiva italiana e l’impatto dell’Ict avrei preferito che l’autore andasse con l’analisi a un maggiore livello di profondità, vista la centralità della tesi. Se la causa della bassa produttività italiana è la sua struttura produttiva, quali sono gli strumenti di politica economica che possono essere usati? E quanto lunga sarà la transizione verso un nuovo equilibrio? Cosa può essere fatto nel frattempo per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro?
Il libro ha certamente molti pregi, tra cui il principale è, per me, quello di avere cercato di mettere in luce costi e benefici delle scelte che riguardano l’euro con uno sguardo distaccato e con alcuni spunti di analisi originali. Un libro ben scritto e bene argomentato, che si legge velocemente e che è senza dubbio un’utile lettura per chi voglia formarsi un’opinione sull’euro e sul suo futuro.

Luigi Zingales, Europa o no. Sogno da realizzare o incubo da cui uscire, Rizzoli (2014), pp. 206

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