Eurointelligence – Perché non sono 500 miliardi

Anche Eurointelligence di Wolfgang Munchau si accorge che – sorpresa! – i conti della Commissione sul Recovery Fund non tornano, e che comprendono prestiti cammuffati da finanziamenti che non hanno realmente la natura di uno stimolo fiscale, perché alla fine andranno rimborsati. Oltre al fatto che il denaro sarà legato a delle condizioni, e non è chiaro cosa accadrà se queste condizioni non saranno soddisfatte. 

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Quando abbiamo letto il documento ufficiale per il briefing di ieri, siamo rimasti perplessi sul fatto che i numeri non tornassero – almeno non in modo ovvio. Un’ulteriore analisi della proposta ce ne ha rivelato il motivo. L’affermazione della Commissione europea secondo cui 500 miliardi del pacchetto da 750 miliardi di euro sono sovvenzioni (a fondo perduto), è fuorviante.  Da una valutazione più corretta questi fondi ammontano a 400 miliardi di euro, che comprendono i 310 miliardi di euro di sovvenzioni del Recovery Plan e varie altre componenti, tra cui un aumento dei fondi strutturali. Ma comprende anche componenti che l’UE classifica come sovvenzioni, ma la cui natura finale è un prestito. Si tratta dell’effetto del vecchio fondo Juncker della Commissione. Che parte da un po’ di denaro reale e tramite l’effetto leva si tramuta in un grande prestito. Se funziona o no, non è questo il punto. Economicamente, non è uno stimolo fiscale, perché si riferisce a finanziamenti che alla fine devono essere rimborsati.

Stamattina la FAZ ha fatto sul programma un’osservazione simile. L’UE alla fine dovrà solo rifinanziare tra 400 e 450 miliardi di euro. Se lo si guarda dal lato del finanziamento, all’opposto di come vengono rappresentati questi fondi dalla UE, si ottiene un quadro più reale della natura economica del pacchetto. Questo è anche il motivo per cui il totale degli stanziamenti nazionali che abbiamo presentato ieri in una tabella ammonta a poco più di 400 miliardi di euro. Il divario è costituito da prestiti mascherati da sovvenzioni.

La nostra stima di ieri dell’impatto economico su base annuale a livello UE – pari allo 0,56% del PIL complessivo per quattro anni – riguardava solo il Recovery Fund. Se si desidera aggiungere l’impatto delle altre misure reali – circa 100 miliardi di € di fondi strutturali, sussidi all’agricoltura e per la transizione e i cambiamenti climatici – è possibile aggiungere altri 0,3 punti percentuali. Ma questo vale solo per i due anni durante i quali questi programmi verranno eseguiti. Attenzione, inoltre, che molti commentatori arrivano a percentuali più elevate di noi perché dividono i programmi pluriennali per il PIL di un solo anno. In realtà gli importi saranno inferiori. Questi sono i tetti massimi. Da questi numeri occorre dedurre tre importanti categorie di incerto ammontare.

La prima è l’entità della quota propria degli Stati membri per il futuro rifinanziamento di tali prestiti. L’UE finanzia oltre la metà delle sue attività attraverso contributi diretti degli Stati membri. La quota dell’Italia post-Brexit nell’UE è di circa il 15%. Ci sarà una quota italiana diretta nel rimborso degli 80 miliardi di euro che l’Italia inizialmente incasserà.

In secondo luogo, il denaro sarà legato a delle condizioni. Cosa succederà se queste condizioni non saranno soddisfatte? In altre parole, l’UE spenderà davvero tutto il denaro, o è solo un tetto massimo?

Terzo, il pacchetto sopravvivrà all’assalto dei quattro “paesi frugali”? L’UE avrà bisogno del consenso di ciascuno di essi per andare avanti. E ciascuno ne avrà un tornaconto. Su base pro-capite, i quattro paesi frugali sono tra i cinque maggiori contribuenti netti al bilancio dell’UE. Leif Pagrotzky,  ex ministro dell’economia svedese, ha sostenuto in Dagens Nyheter che la Svezia non dovrebbe porre il veto al Recovery Fund, ma sostiene che si tratta di uno strumento esclusivo per la zona euro e che la Svezia non dovrebbe prenderne parte. Siamo d’accordo. C’è un sacco di confusione a Bruxelles sulla natura dell’unione monetaria, che è uno dei motivi per cui la zona euro è bloccata in una crisi permanente. La necessità economica del Recovery Fund è la conseguenza diretta del fatto che i paesi si sono bloccati in un’unione monetaria permanente. Non è un qualsiasi programma di aiuti regionali.

Gli olandesi e gli austriaci si porranno obiettivi diversi. Non pensiamo che vorranno porre il veto sul pacchetto, ma il guadagno economico netto per l’UE nel suo insieme sarà probabilmente ridotto per gli sconti che saranno concessi a questi paesi. Ad esempio, se i paesi non appartenenti all’area dell’euro fossero autorizzati a rinunciare al Recovery Fund, aumenterebbero gli oneri di rifinanziamento per i restanti paesi, il che a sua volta ridurrebbe l’entità del trasferimento fiscale del pacchetto.

Da Voci dall’estero

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