È l’ultima spiaggia. Vietato esitare

Le disgrazie non vengono mai sole. Prima la crisi del debito pubblico, le cui quote da rinnovare vengono sottoscritte solo ad un elevato saggio di interesse, con un costo insopportabile per lo Stato se dovesse estendersi, rinnovo dopo rinnovo, a tutto lo stock di debito. Poi, come diretta conseguenza, la crisi delle banche, che per colpa dei tanti titoli pubblici in portafoglio sollevano diffidenza e incontrano difficoltà a finanziarsi all’estero ( le banche tedesche nell’ultimo periodo sono state generose con la Francia e la Gran Bretagna, mentre hanno addirittura ridotto il credito concesse al nostro sistema bancario). Infine, la minaccia di recessione. L’Ocse ha appena formulato le sue previsioni, che per l’Italia sono state corrette in peggio. Il saggio percentuale annuo di variazione del Pil è previsto per il 2011 in aumento dello 0,7, anziché dell’1,1; e per il 2012, al posto del più 1,6 previsto fino a poco tempo fa, si profetizza ora un meno 0,5, e solo nel 2013 tornerà a manifestarsi un’esile crescita con un più 0,5. Numeri bassi e variazioni basse, si dirà. Ma quando si parla del Pil, anche mezzo punto percentuale fa grande differenza. E non solo in termini di disoccupazione, destinata ad aumentare comunque la si mascheri e la si renda tollerabile. Cambia pure la pressione sulla finanza pubblica: quando il reddito diminuisce, gli ammortizzatori automatici insiti nella normativa fiscale sociale fanno diminuire le entrate ed aumentare le uscite, peggiorando il saldo di bilancio.

Che fare? Il fronte più pericoloso rimane quello finanziario. L’incubo della frammentazione dell’euro sta peraltro generando azioni di soccorso che hanno buona probabilità di essere efficaci. La borsa ci crede, come ha dimostrato ieri con uno spettacolare aumento dei corsi; e si sa che gli speculatori non sono mossi da benevolenza. È stato osservato, con qualche arguzia a dispetto della drammaticità del tema, che le banche non saprebbero come fare di fronte ad un evento senza precedenti (si pensi a Unicredit, metà italiana e metà tedesca: quali conti convertirebbe in marchi e quali in lire?), sicché sono costrette a darsi da fare per evitarlo.

L’Italia partecipa ai problemi dell’euro e ne ha di propri in aggiunta, sul fronte della finanza e su quello dell’economia reale. Sul primo, confidiamo che Monti sappia ottenere un prestito – dal FMI o dal fondo europeo salva stati , con l’appoggio della Bce, o da tutti insieme – in modo da non logorarsi quotidianamente con il dramma dello spread sui nostri titoli. Questo è il vantaggio della credibilità che Berlusconi aveva perso e che il nuovo Governo ci ha ridato. E poi deve concentrarsi sulla manovra aggiuntiva, capace di coniugare risanamento del bilancio e crescita dell’economia, contro lo spettro della recessione. Le linee già elaborate – aumento di Iva e riduzione del costo del lavoro per rilanciare le esportazioni, aumento della tassazione immobiliare per ridurre quella personale, revisione integrale della spesa pubblica – sono convincenti. Si tratta di calibrarle; e ci auguriamo che non vi siano esitazioni: meglio due punti di Iva in più che uno solo, con correlata riduzione di Irap o di contributi sociali e con aumento del sostegno ai bassi redditi; e meglio 5 miliardi o più che non tre miliardi e mezzo dalla reintroduzione dell’Ici e dall’aumento delle rendite catastali; e meglio affrontare che non ignorare i tabù rimasti sul fronte della spesa pubblica, come l’eccesso di tribunali e i doppioni di apparati sul fronte della sicurezza. Siamo all’ultima spiaggia e servono segnali forti. Personalmente credo che i comportamenti degli imprenditori e dei consumatori, più che dall’effetto meccanico delle restrizioni indotte dalle misure di risanamento, sia oggi legato ad aspettative che potrebbero essere modificate in meglio da una credibile cura chirurgica: non siamo condannati alla recessione prevista dall’Ocse!

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