E’ iniziata la fine della politica espansiva di Fed?

fed1L’exit strategy delle banche centrali sarà l’exit tragedy dei mercati finanziari

Il direttore della Banca Regolamenti Internazionali prospetta un’inversione di rotta

Nelle ultime settimane stiamo assistendo ad un rapido ed inaspettato movimento sui tassi decennali delle principali emissioni governative mondiali. Infatti da inizio maggio il Treasury USA a 10 anni è passato da un minimo di 1,614% ad un picco nella notte tra il 28 ed il 29 maggio del 2,224%, ovvero una variazione assoluta di oltre lo 0,60%.

Un movimento che lo ha proiettato inaspettatamente al massimo dell’anno e questo seppur la FED prosegua con impegno e senza sosta nella sua politica di acquisti mensili. Quello che però appare ancor più inaspettato è l’accompagnamento quasi corale nel movimento dei rendimenti decennali dei principali paesi coinvolti, in modo più o meno esplicito, in politiche espansive da parte delle loro banche centrali, ovvero UK, Svizzera, Europa e G i ap p o n e.

QUALI CAUSE

All’apparenza la principale giustificazione all’aggregato movimento ribassista dei bond, sembrerebbe essere da imputare alle attese di un ridimensionamento della politica monetaria da parte della Fed. Gli investitori appaiono preoccupati che Bernanke decida di ridurre il ritmo di acquisto di attivi se le condizioni economiche dovessero migliorare. Un’ipotesi in parte legittimata dai recenti tassi di disoccupazione USA, ovvero da uno dei parametri esplicitamente indicati dalla Fed come componente per indicare azioni future sul timing di riduzione/uscita dal QE. Oltre a tali giustificazioni è però da individuare nella comunicazione della banca centrale un nuovo elemento di incertezza per i mercati obbligazionari globali.

CUL DE SAC

Essendo la FED impegnata dallo scorso anno in un programma a tempo indeterminato, basato su precisi livelli di mercato del lavoro a cui arrivare, per fornire indicazioni sulle mosse future, si è probabilmente intrappolata in un vicolo cieco. Le azioni di politica monetaria intraprese hanno creato grandi implicazioni sulle decisione d’investimento globali, con allocazioni i cui precari equilibri possono vanificare lo sforzo fin qui fatto. E questo appare ben evidente nella relazione tra dati macro-economici e mercati azionari. Infatti il rallentamento o peggioramento dei dati, come nel caso dell’ultimo ribasso del PIL USA, sembrano fornire la sola ed unica motivazione di sostegno al mercato azionario. Un paradosso basato sull’ipotesi del “tanto peggio… tanto meglio”, ovvero finché i dati economici non brilleranno, gli operatori si riterranno al sicuro nelle loro allocazioni rischiose (sia bond che equity), in quanto convinti del sostegno monetario perpetuo.

L ‘ I N C E RT E Z Z A

La comunicazione perciò diventerà probabilmente sempre più difficile per la Fed, man mano che proverà a manovrare l’uscita dalla politica espansiva, in quanto gli investitori cercheranno di anticiparne le mosse con movimenti sempre più repentini, con “scarichi” più o meno intensi di bond a lunga scadenza, ogni qualvolta si avrà l’impressione di un possibile rallentamento nell’espansione del suo bilancio. Tutti gli operatori sono però consapevoli che la FED e le altre banche centrali, dovranno aumentare prima o poi i tassi ma per chi avesse ancore dei dubbi, potrebbero risultare utili le parole espresse recentemente da Jaime Caruana direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali e riportate dal Wall Street Journal, in merito al perdurare dei QE e dei tassi a zero: “se la medicina non dà l’effetto desiderato, non è necessariamente perché il dosaggio è stato troppo basso. Forse l’intero trattamento e il ruolo della medicina in esso dovrebbero essere r i c o n s i d e r at i ”.

IL CONSIGLIO

Quello a cui oggi assistiamo sono probabilmente solo i primi assaggi del reale rischio che i risparmiatori dovranno mettere in conto nei loro investimenti obbligazionari. In una tale fase, è consigliabile quindi valutare la riduzione della duration di portafoglio, ovvero avviare un ribilanciamento dell’asset allocation obbligazionaria, orientandola più al medio termine che non al lungo o lunghissimo e questo seppur i tassi possono ancora apparire “magri”. La relazione tra tassi (bassi) e prezzi (alti) potrebbe velocemente invertirsi, materializzando così forti e ben più decise perdite su quegli investimenti obbligazionari che tanti risparmiatori hanno comprato negli ultimi mesi, alla ricerca di flussi cedolari più elevati.

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari.

Per domande e chiarimenti potete scrivere a:  rubens.ligabue@gmail.com

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