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 I prezzi del petrolio continuano a fluttuare poco sopra quota 45 US$7 barile (per il WTI), con l’attenzione degli investitori focalizzata su due aspetti cruciali: il riequilibrio del mercato fisico negli USA, tramite uno smaltimento accelerato delle scorte o una discesa della produzione, e la capacità dell’OPEC di tenere sotto controllo la produzione globale. Su entrambi i fronti il flusso di notizie è stato costruttivo nell’ultima settimana: il colosso USA dei servizi petroliferi Halliburton, nel corso della presentazione dei dati trimestrali, ha citato un rallentamento dell’attività estrattiva dei produttori USA di shale oil,  in linea con la frenata dei dati settimanali sui nuovi impianti di trivellazione, a causa della difficoltà dei prezzi di tenere quota 50 US$. Inoltre i dati settimanali del Dipartimento dell’Energia mostrano che le scorte di greggio continuano a calare e sono tornate ai livelli di gennaio. Nel frattempo nel vertice OPEC e non OPEC del 24 luglio l’Arabia Saudita avrebbe espresso la volontà di tagliare ancora la produzione per compensare l’aumento dell’estrazione in Libia e Nigeria, creando il rischio che al prossimo vertice di novembre i tagli della produzione possano essere prolungati oltre il primo trimestre 2018. Alla luce dei nuovi sviluppi sul mercato USA, dei rischi geopolitici in Medio Oriente e Venezuela che possono danneggiare la produzione e dei persistenti timori per la coesione dell’OPEC su un orizzonte temporale lungo (che è un freno per le quotazioni), le condizioni sembrano in essere per una stabilizzazione del petrolio WTI nel range 45/50 US$/barile.  Prosegue il clima positivo per i metalli industriali, con il rame che ha superato quota 6000 US$/tonnellata, grazie anche ai problemi di alcuni produttori chiave in Canada e Indonesia. L’assenza di sorprese restrittive dal meeting della BCE, la turbolenza politica negli USA e la debolezza del US$ stanno sostenendo l’oro, tornato sopra quota 1250 US$/oncia, in attesa della Fed di giovedì.

 

 

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