Cina. Sale la rabbia operaia

A centinaia stanno scioperando in Cina contro i padroni di Singapore. Gli operai delle fabbriche di elettronica di Singapore con sede a Shangai hanno indetto uno sciopero con manifestazioni per tre giorni, per denunciare un piano manageriale che prevede licenziamenti di massa, questa è l’ultima esplosione di agitazioni tra lavoratori in Cina. Le giubbe blu cinesi cantano slogan, agitano bandiere bianche con scritte, chiedono chiarimenti ai manager, bloccano le entrate della fabbrica della HI-P International nel distretto di Pudong , cuore commerciale cinese. La HI-P è un’industria manifatturiera tra i cui clienti ci sono Apple, la RIM di Blackberry. Gli operai si sono fermati, per denunciare un piano di riposizionamento della produzione in una zona periferica di Shangai e per chiedere un indennizzo per coloro che avrebbero perso il lavoro. Secondo i dimostranti, la compagnia, con questa azione di chiusura e riapertura, intenderebbe assumere nuove risorse, licenziando quelle vecchie. La compagnia ora sta trattando con gli operai, supportata dalle forze dell’ordine e dal sindacato (parola grossa) ed ha annunciato che la questione sarà risolta a breve. Garantendo che l’interruzione non influirà in nessun modo sulla produzione. Gli scioperanti hanno dichiarato a Reuters, che si rifiuteranno di siglare qualsiasi accordo per la chiusura del rapporto di lavoro che non preveda un risarcimento. La fabbrica ha 1500 dipendenti di cui la maggioranza donne. Decine di agenti di polizia tengono la folla sotto controllo e si parla di dimostranti picchiati, il che, visti i metodi del governo, è più che credibile. Diverse richieste di soccorso ai numeri di emergenza non hanno avuto risposta. “Dateci Giustizia” urlano gli operai. Sugli striscioni scrivono “Vogliamo chiarezza, vogliamo verità. Non è l’unico sciopero di quest’ anno, ci sono state già altre altre manifestazioni di lavoratori di aziende in costante lotta tra loro per l’aumento dei costi e il calo delle esportazioni. Il partito comunista di maggioranza teme che il malcontento generale possa erodere la sua autorità e mettere in allarme gli investitori, visto che dei cittadini se ne importa poco. Nelle città industrializzate del delta dello Zhujiang , la centrale orientale dell’export, gli scioperi sono stati scatenati dalla riduzione degli ordini dall’occidente e dalle richieste di aumento dei salari. Migliaia di scioperanti hanno azzoppato la produzione per i marchi occidentali nel settore delle calzature e dei reggiseni, nelle fabbriche della provincia del Guangdong e nelle fabbriche di orologi, articoli sportivi ed elettronica del sud ovest della Cina. Gli stop alla produzione hanno colpito dall’inizio dell’anno il settore auto, compresa Toyota e Honda. Stiamo parlando di 150milioni di persone che dalle campagne si sono spostate verso le città per un lavoro, in condizioni disumane e senza alcun diritto. Il mondo cinese degli affari sta facendo i conti con margini di guadagno sempre più sottili, pertanto gli aumenti di stipendio sono molto piccoli. Anche il gigante cinese comincia a fare i conti con le rivendicazioni di quelli che fino ad oggi sono stati poco più che schiavi.

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