Banche l’onda lunga delle sofferenze

 E’ finita l’epoca del renzismo, con il suo ottimismo ad oltranza: il Paese cresce, spezzeremo le reni  alla Germania, le banche sono le migliori d’Europa, se avessi soldi li investirei nel Monte Paschi. L’alba del governo Gentiloni  si è rivelata livida, scomparsa la JP Morgan, MPS si è avviato verso la statalizzazione, il governo ha stanziato 20 miliardi per il salvataggio delle banche e speriamo che me la cavo, Etruria e le sue sorelle sono state vendute alla stratosferica cifra di un euro, sì proprio il costo di un caffè, in un bar senza grandi pretese. Vicenza e Veneto Banca convolano a nozze, fatte coi fichi secchi di Atlante, cioè le altre banche e la garanzia dello Stato, cioè ancora una volta paga Pantalone. Allora tutto bene? Nonostante la retorica del governo, no. Sulle prime 10 banche del Paese solo 4 hanno chiuso in utile e insieme scontano 2 miliardi circa dio oneri per i salvataggi.

INTESA è la migliore, pur scontando rettifiche sui crediti per 3,708 mld, chiude con un utile di 3,111 mld .

UNICREDIT sconta rettifiche sui crediti per 12,207 mld e chiude con una perdita di 11,790 mld, speriamo sia la volta buona, è già la terza grande pulizia, accompagnata da un aumento di capitale monstre da 13 mld di euro e da cessioni di asset per 8, ci sarebbe da dire qualcosa sull’opera della vigilanza, prima italiana, poi europea, cosa che vale per tutti gli istituti.

MPS, rettifiche 4,500 mld, perdite 3,380, ogni parola è inutile la banca non la vuole  nessuno, il saccheggio dei politici PD è finito, interviene lo Stato.

BANCOBPM, rettifiche per circa 3 mld, perdita di 1,600 mld, come Unicredit il Banco fa frequenti pulizie, l’accordo con la Milano è stato vitale, i frequenti aumenti di capitale sono stati rapidamente azzerati, il mercato non crede che le pulizie siano finite.

UBI BANCA, rettifiche per 1,565 mld, perdite per 830 milioni, la banca è discretamente solida  e si è caricata sulle spalle Etruria e le sue sorelle per la cifra di un euro, con l’eccezione di Cassa Ferrara, la peggiore delle quattro.

BPER, rettifiche per 619 milioni ed utile di 14 milioni, con tutto il bene che vogliamo a BPER, banca chiave dell’economia regionale, l’utile ci pare una foglia di fico, i processi di razionalizzazione del gruppo sono in ritardo e in soffitta tra gli incagli si annidano ancora sofferenze, questo testimonia il valore del titolo.

CARIGE, rettifiche per 467 milioni, perdita di 300 milioni, i problemi sono tutt’altro che risolti, inoltre la banca agisce in un territorio “povero” , quindi fatica più di altre a generare utili.

CREDEM, rettifiche per 79 milioni, utile di 131, banca da sempre vocata alla gestione dei patrimoni e poco esposta sul fronte creditizio, come evidenziano i risultati, non da poco,considerata la situazione del mercato. Presenta inoltre il vantaggio di una stabile governance

POPOLARE SONDRIO, rettifiche per 250 milioni, utile 99 milioni, istituto da sempre ben gestito in un territorio tra i più sani del Paese.

CREVAL, rettifiche per 491 milioni e perdite per 333, l’istituto presenta ancora difficoltà anche se inferiori a quelle delle banche maggiori, ma ha ancora la possibilità di sposarsi.

Dopo tutte queste perdite, uno si aspetta che il 2017 sia migliore, ma non è detto, fino a fine anno il QE della BCE manterrà bassi i tassi e i rendimenti dei titoli di Stato di cui le banche sono piene, quindi il ritorno dall’attività finanziaria e  di prestito sarà molto basso, mentre l’onda lunga delle sofferenze continuerà anche in presenza di una ripresa che forse raggiungerà l’1%, concentrandosi sulle imprese che esportano, mentre i consumi si muoveranno poco. L’azione sulle commissioni effettuata nel 2016, non potrà essere ripetuta, le commissioni bancarie italiane sono le più alte in Europa e sui clienti grava anche la patrimonialina di Monti, chiamata pudicamente imposta di bollo. Alcuni esperti stimano che saranno necessari aumenti di capitale per altri40/50 miliardi e che i 20 miliardi dello Stato non bastino a rendere tranquilli i mercati, che vedono ben difficile un ritorno ad utili e dividendi significativi, sebbene con rare eccezioni.

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