Banche, le due regole di Adam Smith – Alberto Mingardi

R600x__banche A fine ‘700 non c’erano né banca centrale né barriere all’entrata: quando fallì Ayr Bank le prime misure di stabilizzazione

Il 27 luglio 1772, mentre la Scozia è nel bel mezzo di una crisi finanziaria molto dura, David Hume scrive una lettera all’amico Adam Smith. Gli chiede se gli eventi non l’abbiano indotto «a rivedere qualche capitolo» della Ricchezza delle nazioni, che verrà pubblicata di lì a quattro anni. Per la verità, la risposta è sì. Smith rimase convinto che «la moltiplicazione delle società bancarie aumenta anziché diminuire la sicurezza del pubblico» ma espresse apprezzamento per misure di regolazione «prudenziale». Ai posteri è parso ragionevole che Smith derogasse ai suoi principi, dacché «l’esercizio della libertà naturale di pochi individui che possono mettere in pericolo la sicurezza dell’intera società è e deve essere limitato dalle leggi». Ciò ha un rilievo tanto maggiore, perché l’applicazione del «sistema della libertà naturale» a credito e moneta somiglia grosso modo alla Scozia fra il 1716 e il 1845. Essa era infatti in una situazione di “free-banking”: non c’erano banca centrale né barriere all’entrata per quanti volessero emettere moneta.

Tyler Beck Goodspeed (Junior Fellow in Economics a Oxford) con il suo denso Legislating lnstability. Adam Smith, Free Banking, and the Financial Crisis of 1772offre una prospettiva nuova sul crac e sulle opinioni di Smith. La crisi fu innescata dal fallimento della Ayr Bank (Douglas, Heron & Co.), che si stima contasse «per il 25 per cento delle banconote scozzesi in circolazione, per il 27 per cento dei depositi e per il 40 per cento degli asset bancari complessivi». «Persino a Monaco di Baviera i giornali ritennero opportuno menzionare il nome della banca scozzese fallita (…) mentre ad Amsterdam la Gazette van Gend riferiva che anche l’imperatrice di Russia aveva forti interessi in società finanziate dalla banca scozzese in difficoltà». Le colonie americane ne soffrirono molto: «Nel 1776 una commissione del governo britannico rilevava che, su 290 prestiti di soggetti della Virginia dovuti a creditori britannici, 208 erano stati contratti con creditori scozzesi». Pare incredibile, per le dimensioni della sua economia, ma la Scozia contava per il 42% di tutte le importazioni in Gran Bretagna dal Nord America, e per la metà delle importazioni di tabacco, nel 1771.

È questo fatto a mettere sull’avviso Goodspeed. La crisi non fu dovuta all’instabilità causata da una concorrenza feroce. Piuttosto, «quella scozzese era un’economia emergente in rapida crescita, contraddistinta da un tasso di cambio fisso, forti debiti con l’estero e un cronico deficit delle partite correnti bilanciato da consistenti ma spesso instabili influssi di capitale». Quando diciamo che in Scozia vigeva un sistema di free banking, non dobbiamo immaginarci dozzine di istituti che battono moneta cartacea, tipo piccole banche centrali. Il denaro di carta si regge sulla reputazione, e sulla spada, dello Stato che lo stampa. Il sistema scozzese, del resto, conobbe crisi meno rovinose di quello inglese contemporaneo, invece dotato di banca centrale. In un sistema di free banking, le banche ricevevano depositi in metalli preziosi, offrendo in cambio le loro passività liberamente riscattabili, anche nella forma di biglietti di banca. Il “gold standard” era in primis una relazione contrattuale fra clienti e banche. Di quali regolamentazioni sentiva il bisogno Smith? Si tratta di due misure prese nel 1765, l’origine delle quali è stata tipicamente ricondotta a necessità di «macrostabilità finanziaria».

A quest’esigenza, allude Smith stesso, notando come l’industria e il commercio sarebbero, si legge nella Ricchezza delle nazioni, «sospese alle ali di Dedalo della carta moneta», e Dedalo ricordiamo tutti che fine faccia.

Nel 1756 e nel 1762-63, «grandi flussi di capitale verso l’estero, causati da avvenimenti politici esogeni, esercitarono un’immensa pressione su un sistema finanziario vincolato da tassi di cambio fissi». Le grandi banche colgono l’occasione per proporre politiche di «stabilizzazione: ovvero la proibizione d’emettere banconote di valore inferiore a una sterlina» e della possibilità di ricorrere alla”clausola opzionale”,uno strumento con cui gli istituti si riservavano la discrezionalità di pagare al portatore «sei mesi dopo tale presentazione unitamente all’interesse legale per questo periodo». Smith, che frequentava i banchieri di Glasgow (il suo stesso pupillo, il duca di Buccleugh, fu uno degli azionisti della Ayr Bank), si lascia persuadere dai loro argomenti.

Egli era assolutamente contrario ai biglietti di piccolo taglio, convinto che incoraggiassero «molte persone di bassa condizione» a fare banca e che certi «miseri banchieri» avessero una naturale tendenza a finir male. Goodspeed sostiene che «a quanto pare, le accuse di malversazione nell’emissione di banconote erano sovente, a dir poco, infondate». Biglietti di valore inferiore a una sterlina «raramente erano pensati per essere messi in circolazione e servivano principalmente da “vaglia cambiari” per i fornitori o per pagare i salari». Gli anni precedenti la stretta sui piccoli tagli non videro, del resto, segni d’inflazione.

Quanto alla “clausola d’emissione”, Goodspeed dimostra non solo che essa veniva usata con parsimonia, ma quando venne utilizzata, in una piccola economia aperta come quella scozzese, si rivelò l’equivalente “decentrato” e “temporaneo” dell’imposizione di controlli di capitale, utili «per guadagnare tempo e far sì che la svalutazione delle cambiali scozzesi si facesse sentire gradualmente sotto forma di variazione dei prezzi relativi e di ripresa delle partite correnti, senza che fosse necessario lo shock prodotto da una contrazione della massa monetaria».

L’«eccessiva emissione di debiti finanziari» è per lo storico oxoniense proprio il frutto delle due proibizioni approvate da Smith: esse ridussero la concorrenza nel mercato bancario scozzese e accentuarono una tendenza alla concentrazione, in parte già dovuta al rapido ammodernamento dell’economia, frutto di attività a forte intensità di capitale. Smith si trovò a difendere per i motivi giusti le regole sbagliate. L’Ayr Bank, “gigante” bancario nato nel 1769 e presto finito nella polvere, era frutto di scelte politiche volte a creare “gigantismo”, nella condizione che esso facesse rima con stabilità. Pur nelle abissali differenze, il paragone con i giorni nostri viene facile.

Non c’è paragone possibile, sotto un altro profilo. La AyrBank era una partnership a responsabilità illimitata: i suoi soci erano responsabili in solido dei suoi debiti. Nella liquidazione, «per ogni azione del valore di 500 sterline, ciascun azionista pagò in media la considerevole somma di 2.935 sterline, paria quasi sei volte il suo investimento iniziale». La Ayr Bank era troppo grande, ma non troppo grande per fallire. Il bail in non aggravò le conseguenze negative del suo fallimento, per la società nel suo complesso.

Semmai, le calmierò.

 

Da: Istituto Bruno Leoni

 

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