Banche in crisi e rischio sistemico Italia

L’ANALISI: il focus dell’Economist pone, come nell’estate 2011, seri interrogativi sul paese

Il governo Renzi prova a forzare UE e Merkel col “supporto” dei media britannici

Era l’estate 2011, esattamente il 14 luglio, quando il blasonato e noto giornale economico finanziario britannico “The Economist” dedicava la sua copertina all’Italia con un titolo “on the hedge” che puntava il dito sullo stivale evidenziando i rischi che correva a seguito del potenziale contagio a cui andava incontro sul proprio debito, dopo le crisi di Grecia, Irlanda e Portogallo.

Da lì a poco, tutto come ormai noto cambiò per il Bel Paese, per la sua sovranità e per la sua gestione nella crisi del debito. Il mese successivo arrivò infatti la lettera segreta della BCE alla cui guida era ancora Trichet con vice Draghi ed i cui contenuti erano incentrati sulle riforme da fare con urgenza “senza se e senza ma” dall’allora governo Berlusconi e dal suo ministro dell’economia Tremonti.

Riforme che non arrivarono con l’immediatezza imposta ma solo dopo mesi di alto spread del BTP. Una situazione che portò nell’arco di qualche tempo alla caduta dell’esecutivo e all’arrivo del quel primo governo tecnico a guida Monti in grado di eseguire quanto necessario per l’establishment europeo.

Dopo 5 anni siamo nuovamente in una situazione similare in cui non è più la crisi del debito nazionale a farla da padrone bensì quella del sistema bancario, ovvero quelle stesse banche che tra miliardi di incagli e sofferenze di cui oggi tanto si discute, sono anche le principali detentrici di quel debito che tanto mutò la situazione politica del paese.

Debito peraltro sottoscritto a piene mani a seguito del primo e famoso prestito per oltre 1.000 miliardi fatto da BCE e denominato LTRO tra fine 2011 ed inizio 2012. Prestito col quale riempirono le proprie tesorerie di titoli di Stato a tassi superiori al 6% mentre ricevevano liquidità all’1% e nel durante attuavano ingenti aumenti di capitale per raddrizzare i bilanci con il supporto di molti sprovveduti azionisti. Emblematico fu il caso Unicredit con l’aumento da 7,5 miliardi a gennaio 2012, in cui addirittura si usavano slogan patriottici del tipo “investi in una grande banca per far crescere insieme un grande paese”.

RITORNO AL PASSATO

Passato questo lustro, non molto sembra essere cambiato in termini di criticità di sistema e di attori coinvolti (MPS, Unicredit ecc.) ma a differenza di allora già tante “soluzioni” sono state utilizzate per sorreggere il sistema e la UE, fino ad arrivare all’attuale stampa monetaria da 80 miliardi al mese portata avanti da marzo 2015 dalla BCE. Un importante aiuto che ha di fatto permesso di comprare tempo utile ad impostare tutta una serie di regole per la gestione delle crisi bancarie nel continente.

Tale aiuti straordinari hanno però avuto l’effetto collaterale di rendere sempre meno utilizzabili le ordinarie soluzioni di aggiustamento dei bilanci bancari, arrivando al punto di rendere gli aumenti di capitale non più percorribili tramite gli azionisti tradizionali ma solo grazie al ricorso di strumenti dai nomi mitologici quali il fondo Atlante e forse il prossimo fondo Giasone.

Una situazione di crisi che nel calciare il barattolo avanti non solo non ha portato ad una reale e definitiva soluzione bensì ha riportato tutti a ripercorrere un apparente e interminabile gioco dell’oca.

Una riedizione che sembra potenzialmente ripartire proprio da dove tutto iniziò, ovverosia da una copertina dell’Economist, il cui titolo questa volta è “The italian job” ma il cui oggetto è sempre la criticità espressa dall’Italia ed il rischio associato all’intera UE.

UN REMAKE NEL 2016 ?

Chi non conosce la storia è però condannato a ripeterla recita un noto aforisma e dunque può essere utile osservare l’andamento del FTSE MIB attuale rispetto al periodo di crisi dello spread.

Appare fin da subito evidente la similitudine nel movimento di partenza attorno ai 22.000 punti nel 2011, ovvero il similare livello di partenza dell’odierna crisi ma l’attuale movimento è ancora lontano dall’intensità del ribasso dell’indice generale avvenuto prevalentemente dopo l’articolo dell’Economist di quel luglio e fino all’ormai famoso “whatever it takes” esternato da Mario Draghi a Londra il 26/07/12. Alle quotazioni correnti mancherebbe infatti un’ulteriore -20% potenziale per rivedere i minimi di allora.

Un tale quadro potrebbe far propendere verso una continuazione del trend ma osservando il sotto indice specifico delle banche italiane qualcos’altro emerge a riprova di un contesto di fortissima incertezza e forse di spartiacque definitivo.

L’indice aggregato del settore bancario italiano ha di fatto già percorso tutta la discesa massima di allora e fino ad arrivare ai minimi toccati nell’estate 2012, quasi a volerne rimarcare i valori invalicabili da cui attendersi un concreto intervento in grado di non far deragliare l’intero indice azionario e con sé anche la situazione politica economica del paese.

La situazione non è ritornata solo al punto di partenza ma sembra il preludio di due possibili estremi finanziari, politici ed economici per il paese e conseguentemente per la UE.

RILANCIO

Il rilancio potrebbe avvenire a seguito di soluzioni apparentemente sistemiche all’annoso problema dei crediti deteriorati delle banche o ritenute tali dagli operatori, ovvero tramite una soluzione che contempli lo Stato, con effetti logicamente di rilancio delle banche e dell’indice generale nonché dello stesso esecutivo e questo grazie all’eventuale via libero conseguito dopo il braccio di ferro descritto dai media tra Renzi e Bruxelles.

Contrapposizione mediatica amplificata dal presunto scontro Renzi – Merkel che però vede nella realtà entrambi invischiati in problemi bancari strutturali quali l’eventuale capitolazione della terza banca italiana (Monte dei Paschi) o addirittura della prima banca tedesca (Deutsche Bank).

In caso di superamento della crisi apparirebbe inevitabile la spinta mediatica a favore di Renzi e dunque un effetto traino su quel referendum che viene sempre più dipinto dai media come un giudizio “dentro o fuori” su di lui, fatto peraltro confermato dallo stesso presidente del consiglio. Una ripresa dell’esecutivo e del suo programma in grado di durare quantomeno fino al primo semestre 2017, ovvero fino a quando sarà presente lo scudo BCE sul debito dell’eurozona.

CADUTA

Sul lato opposto potrebbe avvenire una capitolazione improvvisa del sistema bancario e dunque il fallimento di una o più banche in grado di destabilizzare l’emotività della popolazione, oltre al risparmio di molti e ciò produrrebbe verosimilmente una crisi politica interna con la possibile caduta del governo. Un shock che, nell’emergenza di una concreta crisi bancaria, condurrebbe plausibilmente all’intervento della TROIKA (Commissione Europea, BCE, FMI). Fatto quest’ultimo già osservato in passato in altri Stati ma in grado di “garantire” l’avanzare delle riforme ritenute necessarie per il progetto UE, seppur in un modo mediaticamente più doloroso ed umiliante per uno dei paesi fondatori.

Sempre più spesso l’estate ed in particolare i mesi di luglio-agosto sono diventati negli ultimi anni forieri di inaspettati movimenti sui mercati finanziari, motivo per cui nulla appare scontato in un tale contesto ma potrebbe non mancare molto perché qualcosa di rilevante accada all’Italia e conseguentemente al progetto UE.

In entrambi gli scenari, seppur il primo possa apparire più “dolce” ed il secondo più “amaro”, si proseguirà verosimilmente sul piano delle riforme richieste dopo la crisi 2011-12 ma a cambiare, almeno nel breve termine non sarà forse la situazione dei cittadini bensì quella dei risparmiatori.

Rubens Ligabue

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: info@rubensligabue.com

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