Azioni Usa: premio al rischio sempre meno interessante

14072013a

Lo S&P500 è salito più del 20% rispetto ai valori mediani dei bull market precedenti.

Il decennale americano vola oltre il 2,70% e rende ancor meno appetibile l’azionario.

La fede o la speranza riposta nelle banche centrali è ormai l’unico e solo caposaldo degli investitori istituzionali, dei mezzi d’informazione finanziari ed in ultima analisi dei risparmiatori a cui tutti i loro referenti per gli investimenti dicono che «la Fed, la Bce ecc.. non potranno mai permettersi di lasciare andare tutto a scatafascio».

E seppur questo auspicio sia in parte condivisibile, è però innegabile che i vari presidenti delle banche centrali, a partire da Greenspan ed a seguire Bernanke non sono mai riusciti in ultima analisi ad evitare i rovinosi crolli del mercato azionario americano.

14072013b

Il vecchio Greenspan, seppur avesse avvertito sull’esuberanza irrazionale di fine millennio, non ha evitato lo scoppio della bolla hi-tech e la successiva recessione e Bernanke non è riuscito a schivare il crollo del 2008-2009, ovvero le due crisi più ampie dal dopo guerra.

Boom-sboom

Entrambe le due crisi hanno alla radice della scoppio un’eccessiva e perdurante politica di credito facile e politica espansiva negli anni antecedenti lo sboom, a cui seguì in entrambi i casi una sola cura, ovvero un veloce calo dei tassi dal 6% all’1,75% (2001-02) e dal 5,25% allo 0,25% (2008-09). Una discesa dei tassi che non evitò il dimezzamento dei corsi azionari ma che consentì negli anni successivi di «rigonfiare» nuovamente il mercato Usa, in un ciclo di boom e sboom che vede ormai dal 1997 lo S&P500 bloccato in un trading range molto ampio tra 670-770 e 1550-1650 punti.

Durano 4-6 anni

L’analisi della storia delle recessioni americane, in un orizzonte temporale di oltre 140 anni, evidenzia come il periodo dei vari cicli recessivi americani e relativi tempi di recupero siano mediamente compresi tra 4 e 6 anni. La media presenta infatti cicli di ribassi nei mercati azionari racchiusi in una forchetta di 15-20 mesi, a cui seguono periodi di recupero mediamente compresi tra 43 e 50 mesi. 52 mesi di rialzo Il primo grafico allegato, dal titolo ‘U.S. Bull Market’ ed elaborato su dati fino ad aprile, rappresenta le diverse fasi di rialzo del mercato azionario americano, dal 1871 ad oggi ed è certamente indicativo di tendenze storiche a cui porre particolare attenzione per l’anali – si dei cicli di borsa. Seppur i dati sono stati elaborati tre settimane prima dal recente massimo storico, fatto registrare dallo S&P500 (indice a 1669,16) in data 21 maggio, è comunque ben evidente come l’attuale fase toro sia attiva da un periodo molto lungo e di ben 52 settimane.

Fine del ciclo?

La crescita avviata nel marzo 2009 dall’indice americano è ormai nella top ten dei rialzi più lunghi della storia Usa ed è sempre più prossima alla durata della precedente fase rialzista (marzo 2003 – ottobre 2007) pari a ben 57 mesi ed al 6° posto storico. Un lungo rally che ha ormai già superato il valore mediano dell’ultimo secolo, sia per durata sia per performance. Infatti se l’allungo è ora di pochi mesi superiore alle statistiche, è però più importante il distacco conseguito in termini di crescita. Se osserviamo la variazione dell’indice S&P500 dal minimo del 09/03/2009 al massimo del 21/05/2013, otteniamo una perfomance del 147%, ovvero di oltre il 20% in più rispetto al valore mediano calcolato nei bull market precedenti.

Area di alert

Seppur dal 21/05 la borsa Usa sia scesa solo di un -2,23% a venerdì scorso e seppur vi possa essere la possibilità e capacità di recupero della correzione subita finanche a ritoccarne gli eventuali massimi, nulla cambierebbe in termini di minor probabilità statistica alla prosecuzione della salita. Dovrebbe perciò apparire logico porsi qualche interrogativo sulla reale sostenibilità futura di un tale bull market e questo ancor più dopo il recente aumento dei rendimenti dei titoli di stato americani.

14072013c

L’impennata di venerdì del Treasury americano ad oltre il 2,70% di rendimento sulle scadenze decennali non è da sottovalutare, in quanto esprime un tasso molto più elevato e distante dal dividend yield espresso nelle attuali quotazioni dell’indice S&P500. E questo è un parametro molto utilizzato dai fondi pensione per decidere dove sia meglio allocare i capitali tra equity e bond e quindi se sia il caso di privilegiare un asset class rispetto all’altra.

Un ulteriore elemento di allerta può inoltre venire dai recenti sforamenti della media mobile a 50 giorni. Cedimenti che seppur prontamente ripresi nel finale di settimana, possono preludere ad ulteriori test del supporto fissato a 1625 e poi in caso di rapida discesa fino a quella più importante e seguita dai gestori, ovvero la media mobile a 200 giorni, il cui valore è attualmente in area 1515 (-5% dalla chiusura del 5 luglio). Quest’ultima è generalmente utilizzata come uno dei più chiari segnali di analisi tecnica dei trend al rialzo o al ribasso di un mercato (seppur in ritardo) .

Il rischio

Quello che si potrebbe perciò profilare all’orizzonte è una prossima fine dello scenario artificialmente positivo del mercato americano, ovvero di quel mercato toro finale lanciato con il sarcasticamente ribattezzato ‘QE to infinity’ di dicembre 2012 e che a maggio è stato forse intenzionale.

14072013d

Azioni Usa: premio al rischio sempre meno interessante.

ll decennale americano vola oltre il 2,70% e rende ancor meno appetibile l’azionario mente ‘r im od ulato ’ nelle aspettative da Bernanke, semmai per tentare di rallentarne ed attenuarne l’impatto troppo euforico sui mercati equity. Se così non fosse e la Fed continuasse ad alimentare una salita senza sosta del mercato, vi sarà ad un certo punto uno choc probabilmente similare ai precedenti e forti bear market.

Rallentamento

La realtà fin qui descritta è al momento piuttosto diversa da quanto esposto dai principali gestori internazionali ed i mercati sembrano essersi messi in testa che dopo questa correzione gli investitori si faranno convincere che l’oppor – tunità è continuare a vendere bonds per acquistare azioni, così da approfittare della fantomatica ripresa promessa dalle banche centrali.

 La realtà espressa invece dei vari organismi internazionali (Fmi, Ocse ecc.) è di un rallentamento globale, almeno osservando i dati di crescita mondiali ed anche gli Stati Uniti dovranno prima o poi prenderne atto, seppur la Fed continui o meno nel suo QE. Se il rischio imprevedibile ma forse dietro l’angolo fosse un improvviso bear market, potrà risultare utile al risparmiatore osservare l’ultimo grafico in cui sono riportate le varie fasi ‘orso’ del mercato a stelle e strisce ed il cui impatto quando si materializzano presentano discese in tempi brevi (spesso inferiori ai 24 mesi) e comprese tra -26 e -38%.

Il consiglio

E’ forse giunto il momento di porre maggior attenzione alla componente equity Usa detenuta nei propri portafogli, in quanto il premio per il rischio appare sempre meno favorevole e seppur questo non preluda necessariamente ad un imminente discesa delle quotazioni è pur sempre utile attrezzarsi preventivamente con strategie long/short per chi vuole ancora tentare di cavalcare o incrementare l’azionario America o nel caso contrario iniziare a fissare degli stop loss e decidere di alleggerire ad ogni futuro ed ulteriore rialzo.

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: rubens.ligabue@gmail.com

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.