Atlante rischia di tramutarsi in Sisifo

L’ANALISI: nonostante gli interventi attuati permane la paura nei confronti delle banche italiane

 

Oltre il 10% delle attività finanziarie delle famiglie italiane è assoggettabile al bail-in

A seguito del recente aumento di capitale della banca Popolare di Vicenza, finito con un flop clamoroso in termini di adesioni ed il cui acquirente finale di tutto l’inoptato è stato l’ormai noto fondo Atlante, ossia quello strumento finanziario realizzato in fretta e furia con la supervisione del governo e volto ad unire un’armata di “volenterosi” investitori disposti a mettere denaro fresco in un fondo il cui scopo altro non è che quello di puntellare un sistema bancario sempre più pericolante, si è ora riaccesa quell’atavica paura che ha colpito le menti ed in taluni casi anche le tasche di tanti risparmiatori, dopo il caso delle quattro banche “salvate” a fine novembre 2015.

Per i vecchi azionisti della popolare veneta tale aumento di capitale altro non è stato che la conclamazione di una perdita in conto capitale ma ciò ha permesso all’istituto di poter comunicare la prosecuzione della sua attività senza dover passare per il meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie noto come bail-in. Un successo, se così lo si può definire, in grado di far scrivere in una nota dell’istituto che “per effetto dell’Aumento di Capitale, e anche grazie alla riduzione dei costi di collocamento originariamente previsti, il Common Equity Tier 1 ratio phase-in al 31 dicembre 2015 pro forma si colloca a circa il 12,8%, consentendo così alla Banca di raggiungere l’obiettivo primario del piano di rilancio. Tale risultato permette il pieno riavvio dell’attività bancaria ordinaria e pone i presupposti per la realizzazione del Piano Industriale 2015-2020”.

Un risultato che ora porrebbe la banca vicentina tra gli istituti bancari tradizionali con il CET1 tra i più alti del sistema e di poco inferiore ad Intesa San Paolo e ben superiore a Unicredit, ovvero i due colossi del sistema bancario nazionale che più di tutti hanno versato soldi nel fondo di “salvataggio” Atlante.

Un dato di solidità che però e molto probabilmente non incoraggerà tanti clienti della banca a rimanerle fedele né tantomeno a far decollare la nuova raccolta in tempi rapidi e ciò nonostante le attuali campagne promozionali sui nuovi depositi vincolati a 6 mesi a tassi ben superiori alla media del settore e pari al 2% lordo annuo.

A dispetto del ricalcolato e nerboruto CET1, appare evidente che tale parametro rimanga insignificante davanti al vero ed inalienabile rischio che ogni banca porta in dote, ovvero la crisi di fiducia dei propri correntisti, nota come “bank run” o corsa allo sportello e ciò nonostante i tanti rischi più volte enunciati e collegati ai famigerati crediti inesigibili o all’enorme stock di debito pubblico presente nelle tesorerie delle banche italiane.

E se il comune correntista di qualsivoglia banca, alla luce anche di quanto sopra, si fermasse a riflettere di più prima di spostarsi a destra e a manca alla ricerca dell’istituto con il CET1 più elevato, si capirebbe che quanto sta avvenendo null’altro è che un’operazione (quella di Atlante e del fondo “salva banche”) fatta per evitare il panico generalizzato, come peraltro dichiarato nel documento riservato pubblicato da Il Messaggero e che girò nei cda delle principali banche italiane prima della costituzione di Atlante.

Un allarme che non mancherà di ricevere ulteriore e discreto contributo dalle recenti parole di Salvatore Maccarone, ossia dal presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, ovvero quel fondo che dovrebbe garantire i famigerati € 100.000 per correntista e che, come riportato da Reuters giovedì scorso, ha candidamente dichiarato “le casse sono vuote e contribuiscono a renderle tali questi provvedimenti di ristoro degli obbligazionisti delle quattro banche”. Dichiarazione seguente al decreto col quale il governo ha stabilito un meccanismo di rimborso forfettario per gli obbligazionisti di Popolare Etruria, CR Ferrara, CR Chieti e Banca Marche.

Quattro banche la cui crisi è stata fin da subito minimizzata dai regolatori e dal governo, grazie alla “modesta” quantità dei depositi coinvolti, ovverosia non più dell’1% del totale nazionale ma dalle cui macerie si è potuto per ora uscire solo facendo leva sul fatto che siano immediatamente risorte con quel suffisso “nuove” ed in grado di calmare la prima ondata di panico nazionale, oltre al fatto di aver poi dovuto aggiungere la promessa del governo di rimborsare o quantomeno aiutare molti degli obbligazionisti coinvolti nella débâcle.

Per di più, le quattro banche così “nuove” e “risanate” non hanno ancora trovato reali acquirenti, seppur più volte il presidente delle rinate realtà, Roberto Nicastro, abbia affermato che vi fossero diverse manifestazioni di interesse da banche ed operatori di private equity.

Manifestazioni mai formalizzate concretamente a cui si è dovuto sopperire con un classico rinvio a data futura della loro vendita, dopo l’evidente impossibilità di rispettare la data di cessione fissata per il 30 aprile scorso. Un prolungamento avvenuto peraltro grazie alla concessione, per non dire grazia, della commissione europea. Commissione che ha però preferito mantenere riservata la nuova dead line, così da proteggere, a loro dire, l’efficacia del processo di vendita. Una cessione che sarebbe quantomeno auspicabile per ricostituire quei capitali necessari al Fondo di Risoluzione delle crisi bancarie ed a cui si è dovuto attingere ancor prima del suo ufficiale avvio ad inizio 2016 e per un totale stimato pari a tutti gli accantonamenti futuri fino al 2018, ossia una bella cambiale a venire.

Una cambiale il cui valore complessivo in caso di ipotetica crisi sistemica, è stata da poco calcolata dalla stessa Banca d’Italia. Nel recente e primo rapporto sulla stabilità finanziaria del 2016 (datato 29 aprile) è infatti stato stimato che il complesso degli investimenti delle famiglie in strumenti (diversi dalle azioni) che potrebbero essere interessati da misure di bail-in in caso di risoluzione rappresenti poco oltre il 10 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane: le obbligazioni subordinate pesano per meno dell’1 per cento, quelle senior non garantite per il 4,3 per cento e i depositi superiori a 100.000 euro per il 5,6 per cento.

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L’importo totale della ricchezza delle famiglie che potrebbe essere effettivamente coinvolto dipenderà dalle dimensioni della banca in dissesto, dal valore delle perdite, dall’ammontare di capitale detenuto, dalle necessità di ricapitalizzazione e dalle decisioni dell’autorità di risoluzione, che potrebbe escludere alcune passività in via discrezionale al fine di preservare la stabilità finanziaria.

Una fotografia che a ben osservare appare indubbiamente appropriata a quel ruolo mitologico che fu di Atlante e che ambiziosamente è stato attribuito al fondo-privatistico messo in piedi dal sistema finanziario italiano ma che nella realtà potrebbe tramutarsi in un moderno Sisifo ovvero in colui che è condannato a rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta spinto sulla cima, ricade sempre giù in basso. Masso che nel ricadere ogni volta potrebbe alla fine produrre macerie crescenti nei risparmi degli italiani.

Rubens Ligabue

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: info@rubensligabue.com

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