2013, l’anno del ‘buy the dip’ e dei rischi

150114aL’ANALISI Dal 22 maggio fino al 18 dicembre il governatore della FED ha pilotato i mercati globali

I rendimenti di obbligazioni ed azioni mondiali oscillano tra -8,62% e +18,74%

 

Ben Bernanke, governatore della banca centrale americana, è certamente stato per il 2013 quello che nel 2012 è stato Mario Draghi per i mercati finanziari, ovvero il catalizzatore ed il principale driver dei risultati espressi dalle principali asset class d’investimento. Il 2013 è stata quindi ancora una annata diretta ed orchestrata dalle molte parole e dalle poche decisioni dell’uscente governatore USA. Se nel 2012 ed in particolare a partire da fine luglio, con l’ormai famosa frase “nei limiti del suo mandato la BCE farà qualunque cosa per preservare l’euro e credetemi, sarà sufficiente”, il governatore della banca centrale europea riuscì a sparigliare le carte dei ribassisti e consentì di far risalire l’euro ed i mercati dal baratro, nonché riportò la calma sui paesi del club Med (Italia, Spagna ecc.), Bernanke nel suo ultimo anno alla guida della FED, è riuscito nell’ardua impresa di scombussolare i mercati obbligazionari e valutari e lanciare in orbita quelli azionari.

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LE PAROLE DI BEN Ed in particolare, è a partire dal 22 Maggio, con la sua audizione davanti al congresso degli Stati Uniti, che il termine “tapering” è diventato di pubblico dominio ed il contestuale e possibile ritiro delle misure straordinarie legate al QE, ovvero l’acquisto mensile di obbligazioni per 85 miliardi di dollari da parte della FED, è diventato il leitmotiv dei mercati ed è entrato a gamba tesa nella gestione degli investimenti.

Da maggio e fino al 18 dicembre, data in cui ufficialmente è stata avviata la riduzione per 10 miliardi al mese degli acquisti della FED, l’ormai ex governatore ha condizionato fortemente, per non dire “pilotato” l’andamento dei mercati globali. Infatti con le sue prime esternazioni ha impaurito i mercati facendo crollare in poche settimane i bond e le valute dei paesi emergenti nonché fatto rialzare i tassi dei principali mercati obbligazionari dei paesi core (USA, Germania, ecc.). Ha poi, dopo la debacle, corretto il tiro delle sue esternazioni tra giugno e luglio, cercando di tranquillizzare il mercato, fino a “stopparne” la caduta, attraverso la puntualizzazione che il tapering sarebbe stato implementato (tempi e modi) solo in base ai dati sullo stato di salute dell’economia USA.

Tali rassicurazioni hanno però trovato solo una breve parentesi ed in agosto, con l’unico e deciso storno del 2013 della borsa americana (non condizionato da ulteriori commenti di Bernanke), ha portato, per non dire costretto, a smentire se stesso e le aspettative di tutti gli operatori finanziari, in quanto con la decisione del 18 settembre di non avviare il tapering e relativo annuncio sintetizzabile nell’esternazione “gli acquisti non sono una rotta preimpostata” ha ribaltato nuovamente lo scenario di breve ed ha invertito la rotta delle asset class più rischiose, azioni in primis ed a seguire obbligazioni “high yield”, anche dette “junk bond” o spazzatura. Inversione poi sostenuta nei mesi di ottobre e novembre con esternazioni volte a creare un’incerta previsione sul timing reale e l’effettiva intensità del tapering, in quanto con uscite ad ottobre del tipo “la ripresa è debole; la FED mantiene gli stimoli all’economia” oppure a novembre “l’economia Usa e’ ancora lontano da dove la Fed vorrebbe che fosse” è riuscito a dirottare il consenso degli operatori finanziari sull’avvio di un tapering nella primavera 2014, sostenendo così ed ancor più la spinta al rialzo dell’equity USA e delle principali piazze occidentali.

Infine il 18 dicembre con un magistrale e teatrale colpo di scena, ha avviato il tapering nell’ultimo meeting della banca USA da lui presieduta per otto anni ed in cui è stato ribattezzato “helicopter Ben” per aver stampato più di 3.000 miliardi di dollari dall’inizio della crisi tramite i vari QE1, QE2, QE3 ecc. Bernanke ha così, come a settembre stupito gli operatori, riducendo la stampa di moneta a “soli” 75 miliardi mensili (900 miliardi annui), rimandando in fibrillazione i tassi delle obbligazioni governative dei paesi core e conseguentemente i mercati emergenti. GLI EFFETTI DI BEN Appare perciò evidente che per gli operatori finanziari e per i risparmiatori più consapevoli di ciò che è realmente avvenuto, il 2013 si sia rivelato non solo un enigma previsionale a causa delle contraddittorie o quantomeno nebulose esternazioni mensili del governatore della banca centrale USA ma è risultato una annata vincente solo per coloro che in barba alle previsioni ed ai dati fondamentali in rallentamento, come evidente dal grafico di confronto tra l’indice MSCI delle azioni mondiali e delle previsioni di crescita del PIL globale, hanno adottato la strategia “buy the dip”, ovvero compra sempre e ad ogni correzione, senza porti tanti dubbi, perché la FED sostiene tutto, uno slogan esploso ancor più da s e ttembre in avant i e per tutte le asset class più ris c h i o s e e non solo per l ‘azi onario bensì anche p e r h i g h yield ed obbl i g az ioni europee dei paesi più in crisi, dal la Grecia all’It a l i a , p a ssando per Irlanda, Portogallo e Spagna.

THE WINNER IS In pole position i mercati azionari in cui la stampa di moneta è stata più attiva o in cui flussi di capitali, in cerca di rendimento e detti “hot money”, sono maggiormente confluiti, ovvero nel primo caso USA, Giappone, Svizzera, UK e nel secondo l’intera eurozona ed in particolare i paesi PIIGS con in testa e con quasi +40%, il sanissimo e miracoloso mercato greco. Poi a seguire tra gli asset più performanti vi è sempre il mercato delle obbligazioni dell’eurozona, ma solo quelle dei paesi dai fondamentali più pericolanti e con in testa sempre i greci ed a seguire i bond irlandesi, portoghesi, spagnoli ed italiani, con crescite comprese tra pochi punti percentuali, come il +1% dei BOT, fino a crescite a doppia cifra come per l’indice obbligazionario spagnolo o irlandese.

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Infine il più grande vincitore è stato l’Euro, essendosi prodigiosamente rafforzato contro tutto ed a dispetto di tutte le previsioni di inizio 2013, tra cui il famoso dollaro forte (chi ricorda i target euro/Usd fino ad 1,20 di molte banche d’affari) e fatta eccezione per la pregevolissima corona islandese o lo shekel israeliano.

La moneta unica si è rafforzata indistintamente e come evidente dalla tabella anche con apprezzamenti a doppia cifra verso monete forti e considerate “rifugio”, movimento che ha ulteriormente penalizzato l’investimento obbligazionario fuori dall’eurozona, eccezion fatta per i bond high yield o spazzatura, in quanto grazie alla fame di rendimento degli investitori e conseguente crescita dei loro prezzi, hanno potuto chiudere l’annata positivamente a livello globale, nonostante l’effetto valutario, con l’indice ML Global High Yield a quasi +4% in euro. THE LOSER IS I perdenti sono state perciò tutte le altre asset class, in particolar modo quelle considerate più prudenti come le valute pregiate o rifugio, le obbligazioni dei paesi core come ad esempio la Germania che presenta l’indice JPM dei bond teutonici a quasi -2,50%, oppure quelli americani, canadesi, australiani, dei paesi nordici o giapponesi in forte calo e con perdite dal quasi -6% (Svezia) al quasi -20% (Giappone) a causa prevalentemente della valuta e parzialmente dei prezzi, per non dire poi delle materie prime in calo di quasi il -15% con discese superiori al -30% per i metalli preziosi quali oro ed argento. Infine i grandi sconfitti sia nel mercato obbligazionario che azionario sono risultati i BRIC ed i paesi emergenti in genere, alla faccia dell’economia reale ancora positiva in quelle nazioni.

CONCLUSIONE Per il secondo anno consecutivo o meglio per gli ultimi 18 mesi, i risultati finanziari dei risparmiatori sono stati condizionati solo dalle politiche e dalle esternazioni delle banche centrali, in un modo così subdolo da alterare la percezione dei rischi e condizionare le scelte d’investimento (ancor più nell’ultimo quadrimestre del 2013), nonché distanziare maggiormente l’economia di carta dall’economia reale. Un fatto che certamente appare lampante ad ognuno di noi per quanto riguarda l’investimento in Italia, essendo riuscito il mercato azionario nostrano ha sfornare un bel +16,56% nel 2013, nonostante dati economici disastrosi e contestualmente veder rimanere stabile ed in leggera discesa il rendimento dei titoli di Stato, a dispetto del rialzo dei rendimenti avvenuto nel resto del mondo.

Un vero miracolo che però farà alzare inevitabilmente qualche sopracciglio anche al più sprovveduto dei risparmiatori ma che nel bengodi artificialmente creato, non pare più essere considerato razionalmente e probabilmente porterà erroneamente molti piccoli investitori ad alzare la posta nel 2014 e questo perché nel 2013, per ottenere un risultato positivo diversificando oculatamente tra azioni ed obbligazioni mondiali, non si sarebbe conseguito un risultato favorevole con meno del 30-35% in azioni, a causa di una forte discrepanza tra i risultati in euro conseguiti dai bond governativi globali e dalle azioni mondiali.

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari. Per domande e chiarimenti potete scrivere a: info@rubensligabue.com

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