Una ricchezza basata sulla bolla immobiliare

altIl valore attribuito alle attività reali è quasi il 70% della “presunta” prosperità delle famiglie italiane. E’ necessario gestire al meglio i propri asset finanziari per tutelarsi da un possibile “sboom”

La Banca d’Italia nel suo ultimo bollettino statistico sulla ricchezza delle famiglie italiane, stima a fine del 2011 una ricchezza netta pari a circa 8.619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140 mila euro pro capite e 350 mila euro in media per famiglia. Un cifra davvero ragguardevole e che spesso è da molti enfatizzata come la vera ed unica tutela per il nostro paese dalla speculazione internazionale e da quell’enorme massa di debito pubblico che ha da poco superato i 2.000 miliardi e che ognuno di noi ha sulle spalle per un importo pro capite superiore a 33.000 euro.

Certamente avere un grande debito compensato da cotanta ricchezza non dovrebbe allarmarci eccessivamente ma se poi andiamo oltre ed analizziamo alcune tabelle dell’analisi di Banca d’Italia, è possibile fare qualche ulteriore riflessione, semmai anche leggermente fuori dal coro.

FOCUS ERRATO

Molti mezzi d’informazione hanno in questi giorni focalizzato l’attenzione prevalentemente su un solo dato estrapolato dal bollettino di via Nazionale, ovvero sull’elevata concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. Seppur mediaticamente interessante, non appare una novità, perché se pur vero che quasi il 50% della ricchezza è in mano al 10% delle famiglie più ricche e meno del 10% della ricchezza è detenuta da metà delle famiglie italiane è però altrettanto noto che tale dato è così da molto tempo. All’inizio degli anni 2000, il 10% delle famiglie più ricche detenevano il 47,5% mentre il 50% detenevano solo il 9,6%. E’ perciò cambiato realmente qualcosa ?

NON CHI MA COME

Un vero e più interessante cambiamento non appare dunque nella distribuzione di chi detiene la ricchezza, bensì sul come sia così crescita, passando da poco più di 4.000 miliardi ad oltre 8.600 nel giro di 15 anni. Com’è stato possibile con l’anemico PIL italiano e la non eclatante cresciuta del reddito? Dall’analisi emerge che tra il 1995 ed il 2011 il risparmio delle famiglie ha contribuito a calmierare fortemente la diminuzione di ricchezza generata dal 2000 in seguito alle perdite in attività finanziarie ma questo non è stato sufficiente ad innalzare in modo così sensibile la ricchezza totale, in quanto è costante la flessione della capacità di risparmio, passata da poco meno del 2% della ricchezza totale a fine anni ’90, a poco più dello 0,5% attuale.

UN SOLO FATTORE

Per Banca d’Italia, la variazione della ricchezza complessiva in termini reali è attribuibile sostanzialmente a due fattori: il flusso di risparmio (al netto degli ammortamenti) ed i capital gains su attività finanziarie o su attività reali. Perciò è desumibile che se la capacità di risparmio è in costante calo e non appare in recupero vista l’attuale e drammatica congiuntura economica in cui viviamo e se le attività finanziarie hanno negli ultimi 10 anni deluso i risparmiatori ed il valore di Borsa italiana è li a testimoniarlo, allora non resta altro che la “plusvalenza” nel settore reale e prevalentemente immobiliare. Infatti, alla fine del 2011, la ricchezza in attività reali (abitazioni, fabbricati, terreni ecc.) ha raggiunto quasi 6.000 miliardi, poco meno del 70% della ricchezza totale stimata e di questi ben l’84% è riconducibile alle abitazioni.
BOLLA IMMOBILIARE
I capital gains sulle abitazioni (a prezzi costanti), sono risultati i veri driver della ricchezza nazionale “presunta”, in quanto sono sempre stati in crescita tra il 2000 ed il 2007 grazie a bassi tassi d’interesse conseguenti all’avvio dell’Unione Economica e Monetaria, mentre ad oggi non sono ancora sostanzialmente scesi e questo ha finora mantenuto inalterata la ricchezza netta totale. E’ da notare come la crescita della superficie abitativa effettiva non sia così esplosa come la crescita al metro quadrato delle abitazioni.
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RICCHEZZA PRESUNTA
L’evidente “doping” immobiliare rispecchia fedelmente la definizione di bolla speculativa, ovvero di una particolare fase in cui un mercato è caratterizzato da un aumento considerevole e ingiustificato dei prezzi di uno o più beni, a causa di una repentina crescita della domanda in un lasso di tempo limitato. Se tale affermazione è condivisa, allora la conseguenza logica è che la tanto decantata ricchezza delle famiglie italiane non sia proprio così “certa” e nel momento in cui la bolla esplodesse sarebbe drasticamente ridimensionata, motivo per cui speriamo che la proverbiale capacità di risparmio sia in grado come nel 2000 di calmierare la probabile perdita. Il risparmiatore dunque dovrebbe attrezzarsi per gestire al meglio e con le migliori forme d’investimento quel poco o tanto denaro che ha accumulato o può ancora permettersi di accantonare.
 

L’autore della rubrica – “Risparmio, i conti in tasca” pubblicata su www.lanuovaprimapagina.it , è a cura del nostro consulente RUBENS LIGABUE, professionista certificato EFA – European Financial Advisor, associato SIAT – Società Italiana Analisi Tecnica, iscritto all’Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari.

Per domande e chiarimenti potete scrivere a: rubens.ligabue@gmail.com

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