Troppo giovani per lavorare

giovani_disoccupatiNon basta che l’Italia sia sfondata, con dei dati disoccupazione proiettati verso l’11-12% e un miliardo di ore di cassa integrazione. No, bisogna aggiungere assurdità alla tragedia: uno penserebbe che sia la popolazione over 50 coinvolta principalmente nel drammatico problema della perdita di lavoro e invece se vai a vedere i dati, scopri che quasi 4 giovani su 10 sono senza lavoro. Il dato poi è pure drogato, perché molti di quelli che non figurano occupati hanno contratti di lavoro al limite della decenza, collaborazioni senza grosse prospettive e in ogni caso percorsi ascensionali per lo più inesistenti.

Però qui non è solo colpa dei governi, perché la forma mentis anti-giovani permea tutti coloro che ci circondano, dai conoscenti più stretti senza per forza arrivare ai politici. La realtà è che un giovane nel mondo del lavoro non è credibile, proprio perché è raro e il circolo vizioso è drammatico: meno i senior vedono giovani in posizioni di minima responsabilità, più giudicano una stranezza vederne uno e così via. Non si sviluppa mai una spirale di credibilità e  non riescono mai a trovare il grimaldello di posizioni di potere attraverso cui far poi entrare altri giovani.

Magari trovi pure il capo illuminato che ti vorrebbe dare la chance, ma poi sa che andrebbe incontro alle derisioni di stakeholders, gli scetticismi dei clienti e via discorrendo.

Purtroppo questa folle mentalità italiana e dico folle perché un paese sul lastrico (sì, siamo sul lastrico) che si fa scappare i giovani migliori è qualcosa di inconcepibile anche in un film di fantascienza, dicevo questa mentalità è così radicata che io avendo avuto la sfortuna e oserei dire la colpa di laurearmi per tempo ed entrare nel mondo del lavoro immediatamente, i primi anni mi capitava di sentirmi dire come prima frase uno stupito o tenero “ma come sei giovane…”. Come dire: ma cucciolo, invece di farti infilare il golfino dalla mamma, ti hanno addirittura messo qui nel mondo vero a fare un lavoro? Cioè, non sembravo troppo giovane per fare che so io, il direttore, sembravo troppo giovane PER LAVORARE.

Ed effettivamente a guardare i dati, stupisce che uno lavori a 25 anni. Poi diciamocela tutta, hanno paura ad affidarti la minima mansione. Neanche fossi assunto come invalido mentale. Ci si stupisce ormai non tanto che un giovane faccia carriera, ma che un giovane faccia “qualcosa” che non sia lavorare alla cassa di McDonald’s.

Poi sono passati gli anni e siccome ho avuto la colpa di non averne persi lungo la strada con interruzioni di contratti o stage non finalizzati e disoccupazioni varie, capita anche che arrivi alla soglia dei trenta con cinque anni di esperienza full-time più altre collaborazioni e un curriculum che magari fatichi a far stare in una pagina. E allora magari hai la “colpa” di finire pure in un ruolo dove hai delle responsabilità che non richiedono in fondo Einstein, ma dove devi scegliere tra A e B o fare qualcosa che non è proprio esecutivo al 100%. E qui succedono cose divertenti: tutti ti chiedono se sei in “stage”. Anzi lo ipotizzano proprio: “sì.. quindi uno stage?”. “Sì stage.. una cosa così”. Perché è troppo inconcepibile.

E succede che, siccome è inconcepibile avere un lavoro che non sia uno stage o un contratto indecente, la mentalità contagi anche i giovani che si rassegnano – se non emigrano – all’idea che sia normale. Che sia normale avere stipendi che non consentono di vivere se non in casa dei genitori, che sia normale leccare i fondelli come unico modo per salire di grado, che sia normale venire esclusi dal 90% delle posizioni per un unico motivo: troppo giovani.

Che i giovani arrivino a pensare che questa sia la normalità ed accontentarsi o sentirsi dire “devi essere grato perché sei fortunato che hai un lavoro” e slinguazzino natiche per conservarlo come ho visto fare, è la cosa che mi spaventa di più.

Perchè è lecito pensare di guadagnare abbastanza per comprarsi una casa e un’ auto, come hanno fatto i nostri padri e come fanno i miei coetanei in Australia. E’ lecito venire assunti appena laureati da un’università del Maryland (non prestigiosa e a malapena nella media) come una mia amica americana e avere una bella scrivania in un’azienda a Manhattan e venire mandata in viaggio di lavoro a Chicago dopo una settimana dall’assunzione. E’ giusto che succeda quello che mi ha raccontato un’amica italiana in California: “ho trentadue anni, ma a guardarmi me ne danno ventotto e comando decine di persone, mi hanno mandato in Europa con questa faccia a dare ordini ai manager delle sedi europee..”.

Tutto questo non vale forse per tutti. Molti fallirebbero comunque, perché la mediocrità segue una curva a campana, dove un buon 70% cade nel mezzo. Ma l’Italia tarpa le ali alla parte finale della curva. Però in fondo è anche normale fallire, un po’ meno convincersi che sia giusto smettere di sognare.

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