Stato e tasse, matrimonio di interesse

Stato e tasse sono come marito e moglie, vivono assieme. Gli individui rinunciano ad esempio alla difesa personale e riuniti delegano il compito allo sceriffo e lo pagano. E’ un patto, tasse in cambio di servizi, che si spezza quando si rompe l’equilibrio tra l’entità delle prime e la qualità e la quantità dei secondi. Perché lo Stato italiano fa schifo? La prima ragione è che in questo Paese non vi è mai stata una rivoluzione borghese e liberale, se si toglie il breve periodo del secondo dopoguerra quando era guidato da De Gasperi ed Einaudi. Negli anni successivi il consociativismo negativo tra cultura socialista, comunista e cattolica ci hanno portato alla situazione attuale.Con uno slogan fantastico, “Ti assisteremo dalla culla alla bara” si è creato un welfare inefficiente e sprecone e pure iniquo, che grava sulle spalle dei produttori di ricchezza e giustifica ogni aumento della pressione fiscale, con la minaccia di tagliare i servizi, in particolare ai bimbi e agli anziani, salvo poi scoprire che i soldi vanno alla burocrazia, ai politici, alla malavita, a tutti, meno che ai bisognosi . Basta guardare la sanità nelle regioni del sud. Negli anni la piramide è divenuta cilindro e infine piramide capovolta. Perché non ci siamo accontentati di far crescere lo Stato e le sue articolazioni, con annesso apparato pletorico, ma abbiamo fatto crescere anche i salari del pubblico impiego più velocemente di quelli dei produttori di ricchezza e, non contenti, abbiamo preteso di dargli delle funzioni che ne giustificassero il ruolo, massacrando ulteriormente con l’eccesso normativo chi lavora.

L’Italia mi sembra un pullman guidato da un ubriaco (la sua classe dirigente), in cui la prima metà dei passeggeri trae un vantaggio dalla guida in stato di ebbrezza e i passeggeri della coda, che sono quelli chiamati a pagare le spese del viaggio e i danni degli incidenti, non hanno alcun potere, né la possibilità di avvicinarsi all’autista per togliergli di mano il volante. Quello che invece hanno fatto i Tea Party negli USA. La loro irruzione sulla scena politica ha cambiato il volto del partito repubblicano e in parte anche di quello democratico. Se loro si lamentano del peso statale e dell’alta tassazione, cosa dovemmo dire noi che abbiamo valori doppi? Non si tratta quindi di dire un no ideologico alle tasse e tantomeno di giustificare l’evasione, un elemento corrosivo delle società avanzate, ma di rifiutare la rottura del patto.

Lo Stato deve fare solo ciò che fa meglio dei privati, da soli o consorziati, altrimenti non lavora più per noi, ma per se stesso. Ad esempio gli asili comunali reggiani, i più belli del mondo, garantiscono solo il 20% del servizio, contro circa il 50% dei privati, i rimanenti sono statali, con un costo per la collettività di 6000 euro l’anno contro 1300. Insomma, il 20% va al Grand’ Hotel e gli altri nella pensione, e nella pensione ci vanno quelli che pagano le tasse ,mentre all’hotel: poveri, immigrati ed evasori. Poi non stupiamoci se le formiche, cioè i produttori di ricchezza, si incazzano. In sintesi, la fine della politica del debito, rende indispensabile uno Stato leggero e una sussidiarietà pesante. Ora al governo abbiamo una squadra di tecnici guidata da un economista liberal e quindi le cose dovrebbero andare meglio. E’ così?

La beatificazione del governo Monti, da parte dei media, si basa sulla trimurti: rigore, sviluppo, equità, però fino ad ora si è visto solamente il primo, mentre si fa un gran parlare del secondo e si dà per assodata la realizzazione della terza. Ma la manovra è stata equa? Diciamo che ha ridistribuito il reddito, aumentando le tasse sui consumi e sui patrimoni , risparmiando, correttamente, i salari e le imprese, cioè i produttori della ricchezza. Questa non è equità, solo politica fiscale, a volte pure iniqua. Non è equità tassare i patrimoni, correttamente accumulati, già tassati all’atto della formazione, per pagare pensioni false, stipendi inutili, privilegi scandalosi. E’ una scelta di politica fiscale, neppure intelligente, perché dice alle formiche che non stanno lavorando per il loro futuro, ma per pagare il presente delle cicale o, peggio ancora, il ticket sanitario degli evasori. Si tende a confondere l’equità con l’egualitarismo, togliere ai ricchi per dare ai poveri, senza nemmeno chiedersi se i beneficiari siano poveri, o semplicemente furbi, però, dove si è realizzato il socialismo, i poveri non sono diventati ricchi, si sono semplicemente impoveriti tutti, eccetto la casta dei politici e dell’apparato.

La ricchezza è un bene, altrimenti non si capisce perché i Paesi emergenti si diano tanto da fare per uscire dalla povertà. Però da noi viene considerata negativamente, perché le culture dominanti, guardano solo alla distribuzione e non si preoccupano affatto della fase di formazione. Del resto, se le formiche si fermano, hai un bel parlare di crescita e di competitività, il capitalismo compassionevole, alla fine è una presa per i fondelli. Il capitalismo deve essere equilibrato. La manovra non è giusta perché troppo sbilanciata verso le tasse e debole sul fronte dei tagli e, nonostante l’ironia del premier, ci sono troppe uova di struzzo e troppi furbastri in circolazione. Mentre Monti predica la sua trinità, le regioni meno virtuose e più indebitate, come Lazio e Sicilia, aumentano sprechi e vitalizi e le più virtuose, come l’Emilia, spostano i tagli alla casta alla prossima legislatura. Tutte unite nell’aumentare ticket ed addizionali irpef, che ovviamente gli evasori non pagano. E’ equo chiedere alle formiche di donare il proprio sangue alle cicale, senza essersi premurati di fermare l’emorragia? O non è semplicemente un modo per allungare la vita della seconde, portando alla morte anche le prime? I paesi virtuosi hanno scelto di pagare nel presente per comprare futuro, mentre noi continuiamo a spendere appunto futuro.

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