Spazio ai giovani

hands painted

Venerdi’ mattina punto la sveglia alle 5.45 e prendo un taxi da Hong Kong per il confine con Shenzhen.

Dovrò affiancare un auditor della mia azienda che condurrà un’ ispezione in una fabbrica di Dongguan in Cina, per la quale facciamo da intermediari con un’ azienda inglese. L’auditing non è ciò di cui mi devo occupare, ma l’azienda ha creato questa giornata di formazione perchè desidera che il management conosca più aspetti possibili del business.

A Shenzhen mi attende John, diciassette anni di esperienza nella ditta, ora a capo di un team di quindici auditor. Si è trasferito nel sud della Cina dopo la laurea molti anni fa e ora vive ed ha famiglia li.

Gli faccio molte domande e prendo appunti sulla compliance e sostenibilità, per preparare una presentazione che sarò poi chiamato a fare. A Dongguan ci viene a prendere un autista, messo a disposizione dalla fabbrica. Giunto lì, comprendo che John non è l’auditor, perchè l’audit viene svolto da un altro dipendente.

Chiedo a John quale sia il suo ruolo e scopro che lui è lì solo per farmi da interprete, accompagnarmi nei trasporti di andata e ritorno da Hong Kong e rispondere alle mie domande. In pratica John, che ha vent’anni più di me, e il doppio degli anni di esperienza, è stato messo a disposizione mia da parte dell’azienda, con i costi che ne conseguono, per agevolare il mio apprendimento, peraltro su un aspetto neanche centrale del mio lavoro.

Quando inizia l’audit, John mi spiega che l’auditor convocherà i responsabili di finanza, risorse umane e via dicendo, della fabbrica. In pratica il management. Mentre gli operai erano individui di varie età, il management che mi trovo davanti sono tre ‘ragazzini’ cinesi a cui a occhio potevo dare al massimo venticinque anni, sforzandomi.

E ancora una volta faccio l’errore di stupirmi. Mi stupisco a causa degli anni che ho passato nel mondo del lavoro e dell’istruzione in Italia. E poi mi domando: scusa ma che cosa c’è da stupirsi? Chi ci dovevano mettere in Cina, un cinquantenne?

E poi ripenso a tutte le fanfaronate che ho dovuto ascoltare per anni in Italia, le prediche di persone mediocri, le filosofie aziendali, le chiacchiere, i guru. Purtroppo il nostro è il Paese dove siamo tutti d’accordo, a parole, che ci vuole più spazio ai giovani, ognuno è il dirigente illuminato che su questo aspetto ha le idee diverse, ma il primo passo non lo fa mai nessuno. Siamo tutti d’accordo che serve la formazione, però poi nessuno tira fuori il grano. Siamo tutti d’accordo che ci vuole più spirito imprenditoriale, poi cassiamo le idee.

Mi viene da ripensare alle false umiltà che i giovani devono per forza mettersi addosso, il ‘sono qui per imparare’ che ti devi trascinare dietro fino a quarant’anni. Certo, siamo tutti qui per imparare, ogni giorno, pure Marchionne impara ancora ogni mattina. Ma la domanda è: come?

Perchè qui per farci imparare, l’azienda spende fiore di quattrini per programmi di formazione con Stanford e MIT e quando ti siedi in aula, quello che ci si aspetta da te è che tu esprima idee, argomenti e dissenta dai modelli esistenti. Il Chairman ci ha chiesto: quale sarà il futuro del retail online fra cinque anni? E vi assicuro che non voleva sentirsi rispondere ‘siamo giovani… siamo qui per imparare’.

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