La sconfitta di Errani e del modello Emilia – Giuliano Cazzola

1126224-errani Sono persuaso che Vasco Errani sia una persona perbene e che la sua condanna in Appello sia la conseguenza di un classico ‘’teorema’’ (come si diceva una volta). Errani è accusato di falso ideologico per quanto riguarda una relazione predisposta dagli uffici competenti della Regione che forniva argomenti utili a scagionare il presidente dall’accusa di aver favorito l’impresa del fratello. Ma nella vicenda politica ed umana di Vasco Errani vi sono parecchi elementi che inducono ad amare riflessioni. Non più tardi di 18 mesi or sono, il nostro era una delle personalità politiche apparentemente tra le più potenti d’Italia. Presidente dell’organismo rappresentativo delle Regioni e plenipotenziario di Pier Luigi Bersani già pareva destinato ad occupare, a Palazzo Chigi, l’incarico ora ricoperto da Graziano Delrio. Poi tutto è precipitato in fretta: la mancata vittoria elettorale della coalizione di sinistra, l’impossibilità di comporre una maggioranza con il M5s ( e di andare a cercarne in Aula una di straforo a causa del parere contrario del Quirinale), i mesi del governo Letta-Facta (all’insegna del ‘’nutro fiducia’’), poi la ‘’resistibile ascesa’’ di Matteo Renzi e dei suoi Puffi.

Tutto è avvenuto così velocemente che Errani, abituato ai tempi in cui la politica era ancora una cosa seria, non solo  ha rifiutato, meritoriamente, di precipitarsi a salire sul carro del vincitore (come ha fatto, sgomitando, gran parte del gruppo dirigente bolognese ed emiliano-romagnolo), ma non è riuscito neppure a prefigurare una strategia alternativa per sé, rimanendo attaccato – un po’ per celia, un po’ per non morir – ad una poltrona che comunque avrebbe dovuto lasciare dopo averla occupata per quasi un ventennio.

Alla fine, Errani è caduto per un fatto imprevisto: un collegio giudicante che in appello ha ribaltato  la sentenza di primo grado. Per chi si è nutrito di pane e  politica tutta la vita, esserne estromessi (sia pure per propria scelta) significa dover mettere in conto un periodo di morte civile. Una sentenza non sfavorevole in Cassazione potrà riaprire, ad Errani, le porte di un altro incarico, ma la sua funzione di leader autorevole è tramontata per sempre.

Così, il Pd, nella regione che ne rappresenta la retrovia più importante, volterà definitivamente pagina, avvalendosi di quel ricambio generazionale che è il passepartout del renzismo. Si consumerà il rito delle primarie per decidere chi, tra i proconsoli del premier-ragazzino (siano essi ‘’antemarcia’’ o ‘’neoarrivi’’) dovrà avere riconosciuta la primogenitura. Venuto meno il ballon d’essai del ministro Giuliano Poletti, la sfida si giocherà tutta nel campo dei giovani democrat ; le opposizioni di centro destra dimostreranno ancora una volta la loro inconsistenza, mentre il M5s compirà un ulteriore passo verso il  declino.  Ma saprà il Pd darsi  quelle motivazioni politiche che consentiranno ad un nuovo gruppo dirigente di mantenere quel potere che il vecchio apparato ex Pci gli consegna, ridimensionato ed ammaccato, ma ancora solido ? Se ve ne fossero ancora la cultura, l’abitudine e la capacità si dovrebbe partire – come si faceva un tempo –  dall’analisi.

L’Emilia Romagna rimane, nonostante gli effetti della crisi,  una delle regioni più ricche, organizzate ed attrezzate del mondo sviluppato. I  suoi punti di forza sono: a) la diversificazione produttiva, nel senso che  coesistono importanti insediamenti e attività in grado di coprire un ampio ventaglio merceologico, sia con  un’alta capacità di integrazione (tipico è il caso dei distretti industriali), sia con  una qualificata specializzazione (ad esempio, la zona delle ceramiche, il turismo, l’industria alimentare e quant’altro); b) un’ elevata sinergia tra diversi tipi di impresa, con un netto prevalere di un tessuto di imprese piccole e medie assai qualificate, inserite in circuiti organizzati e fortemente proiettate sul terreno dell’export; c) un terziario efficiente in grado di fornire servizi adeguati; d) una tenuta dell’occupazione anche femminile; e) una struttura portante che poggia sul lavoro autonomo; f) una pubblica amministrazione  che ha bene impiegato le risorse consistenti avute a disposizione negli anni passati, creando una rete di servizi pubblici molto estesa  che ha accompagnato la crescita economica e lo sviluppo produttivo, temperandone le inevitabili contraddizioni; g) una qualità sociale, autonoma e solidale  che emerge nei momenti di grande difficoltà, come si è potuto constatare in occasione del terremoto. Insomma, la regione, intesa come comunità,  è stata il laboratorio – per tanti motivi – di un ‘’compromesso socialdemocratico’’ di alto livello: grazie ai flussi di spesa pubblica, le amministrazioni hanno potuto contenere le contraddizioni sociali e favorire un grande sforzo comunitario di laboriosità, impegno e dedizione al lavoro.

Ma è proprio questo ‘’compromesso’’ che oggi non tiene più e che è entrato ovunque in crisi:

a) Le convenienze classiche del “modello emiliano” sono praticamente esaurite, in quanto fondate su flussi di spesa pubblica già abbondanti in passato, ora in via di riduzione per effetto delle politiche di risanamento finanziario in cui è impegnato il Paese;

b) a fronte dei cambiamenti in atto e a quelli che si annunciano vanno affrontati con decisione i temi attinenti alla popolazione (che in larga misura si saldano, da un lato, con gli aspetti del declino demografico, dall’altro, con gli ingenti flussi immigratori), e all’architrave  dello sviluppo dei prossimi decenni, assolutamente dipendente da un ridisegno delle infrastrutture portanti del territorio regionale, la cui inadeguatezza è la causa prevalente del rischio di declino economico e sociale, mentre potrebbe esserne il volano di un nuovo modello di sviluppo, proprio per la collocazione fisico-geografica che la regione vanta in Italia e in Europa;

c) la sicurezza (intesa come tranquillità e incolumità personale, salvaguardia della propria libertà di circolazione e dei propri averi e beni) è ormai divenuta una prioritaria esigenza di un sistema democratico, a cui anche il contesto regionale e delle autonomie locali non può sottrarsi nel portare avanti un proprio progetto di iniziative.

La Sinistra non è in grado di affrontare tali cambiamenti, perché ne è impedita dal suo blocco sociale di riferimento, il quale non è capace di uscire dal tradizionale  “modello”: alta fiscalità, alta spesa pubblica, forte presenza dell’amministrazione pubblica, estesa protezione sociale, eccesso di regolamentazione e di concertazione. Fino ad oggi, sia la Regione, sia gli enti locali emiliano-romagnoli, piuttosto che adottare  modifiche importanti della tradizionale linea di condotta () hanno preferito resistere, stringere la cinghia, ma salvare tutto. Nella speranza che, prima o poi, si faccia ritorno ad un uso salvifico delle finanze pubbliche. In questa difesa dell’esistente la Sinistra è avvantaggiata per l’assenza, nel centro destra, di un progetto alternativo. Ma l’economia ha delle ragioni che la politica, prima o poi, sarà costretta a subire.

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