Perchè imitare i Cinesi

cinese Diciamoci la verità: non lavoriamo poi così bene. Abbiamo qualche eccellenza, ma di media, gli italiani che hanno invocato posto fisso e indeterminato per cinquant’ anni, hanno imparato tanto a tutelarsi con diritti sindacali e un po’ meno attraverso la professionalità.

I cinesi che vengono da noi non sono solo quelli che evadono il fisco, lavorano di notte in barba alle regole e importano materiali di dubbia qualità. Certo, ce ne sono a fiotti. Ma ci sono pure quelli che fanno funzionare le attività perché sanno lavorare e lo fanno qui come a New York, San Francisco o Londra perché erogano servizi di standard qualitativi internazionali.

Sono andato una mattina in banca. Volevo comprare un’obbligazione e mi è stato detto chedovevo prendere un appuntamento con la direttrice. Ho provato a chiedere se potevo firmare un ordine, o lasciare il codice dell’obbligazione, facendo presente che negli orari di apertura loro, io sono al lavoro. Niente. Respinto.

Allora ho provato a attivare un’offerta di un piano telefonico. Qui sono stato inviato da un consulente libero, nel suo box (che probabilmente poteva pure eseguire l’ordine dell’obbligazione). Senza quasi staccare gli occhi dal monitor mi ha detto: “oggi è una brutta giornata, dobbiamo prendere un appuntamento”. “Anche per il piano telefonico?”. “Sì, deve prendere l’ appuntamento”. Allora sinceramente mi sono sentito, non dico spazientito, ma un po’ basito: “Senta, non posso prendere un’obbligazione, non posso cambiare il piano telefonico, negli altri giorni lavoro, cosa posso fare, a parte cambiare banca, mi dica lei?”.

Piccato, il consulente si alza e mi risponde: “cambi pure!”. Gli ho chiuso il conto sui denti in trenta secondi. Inutile aggiungere commenti.

Poi ho acquistato delle sedie. Ecco questi erano in buona fede, non è che non ci provino, proprio non sono formati, non ci arrivano. Li chiamo per sapere dove sono le mie sedie e mi sento rispondere: “Le chiedo di chiamare nel pomeriggio, chiedere di Cinzia e sentire se può accelerare la pratica”. Perplesso dico: “Scusi non può lasciarlo detto lei a Cinzia? Non vedo il motivo di questa mia chiamata… e peraltro desumo ci sia un ritardo o qualcosa”. Vabbè, non era cattiva gente, nemmeno sgarbata, ma vi pare una comunicazione normale da dare a un cliente che vuol sapere che fine ha fatto il suo prodotto?

Veniamo a Poste Italiane. Qui qualcuno mi dice che è colpa mia, come se ormai dovessi dare per scontato che nel pubblico o semi-pubblico, spesso la gente non sappia fare una O con un bicchiere. Mi hanno detto “sei un pirla, dovevi fare un DHL”. Ma io non ci sto, perché le stramaledette poste della mia nazione devo avere il diritto di usarle. Insomma l’episodio è questo: ero di fretta e in un paesino, non avevo corrieri a disposizione. Entro in posta per mandare dei documenti negli USA e mi raccomando di utilizzare una spedizione che arrivi entro una settimana, disposto a pagare qualsiasi maggiorazione. L’operatrice tutta gentile e sorridente non mi propone varie spedizioni, ma processa il pacco, mi fa firmare una raccomandata e mi fa pagare otto euro dicendo che entro cinque giorni lavorativi questo arriva sicuro.

Scopro poi che esistevano altre spedizioni e che quella inoltrata consegna in venti giorni lavorativi. Peraltro non è nemmeno mai arrivata. Il “pacco” me l’ha fatto questa incompetente che non conosce neanche i tre prodotti che vende. Ho provato a farmela passare al telefono per dirgliene quattro su come lavora, e dal tono dei colleghi sembravo io il mitomane che, dopo essersela presa in quel posto, era così strambo da volere dire qualcosa a un concittadino che lavora da cani. Mah.

Potrei andare avanti con altri cento episodi ma mi fermo. Veniamo infine all’altra sera. Sono andato a rilassarmi al ristorante giapponese, dove in realtà sono tutti cinesi. Una bottiglia di vino non ci andava bene, non che sapesse di tappo, ma non sprigionava aroma e al gusto sembrava annacquata. La cameriera, carinissima, in un italiano perfetto ha risposto: “oddio, ora mi sento da schifo, l’ho aperta io…”.

E’ venuto prima un altro dipendente, poi la manager, che era la più “vecchia” e a occhio e croce non arrivava a trentacinque anni, in italiano impeccabile ha spiegato che solo se il vino sa di tappo si può cambiare, ma poi ci ha aperto una nuova bottiglia di altro vino senza farci pagare la precedente. Siamo stati poi ripetutamente visitati da lei stessa, sempre sorridente, per accertarsi che il resto della cena andasse secondo aspettative.

Tutti molto profesionali, fanno il menù no limits, una strategia di marketing che pare funzionare alla grande, dato che il locale è sempre pieno. Sorrisi (come da manuale) ed efficienza. Erano cinesi, ma mi sembrava di ritrovare quel servizio e cortesia impeccabile che trovi a New York, dove la profesionalità in tutto è alle stelle.

Perché in fondo, questi migranti di successo, si adeguano agli standard internazionali, imparano, si formano, imitano. Siamo noi che stiamo sprofondando chiusi in noi stessi, con molte attività in crisi e dipendenti frustrati e perciò più scortesi. Stiamo diventando la periferia del mondo. I Cinesi ci imiteranno ancora per un po’ i capi d’abbigliamento, ma per il resto siamo sicuri che non sia ora di “imitarli” noi in qualcosa?

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